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Fiabe 16 dicembre 2009 · lettura 9 min · 2163 letture

Il Corsaro e la nobil Fanciulla ispagnuola

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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V'era tre secoli addietro un corsaro che, nel regale nome d'Inghilterra, solcava il caraibico mare avaro in cerca di bei bottini e di guerra. Ei era giovine, nobile, e sapiente. L'indole sua era sì calma e tranquilla ch'assai lungi da sé l'ira furente tenea, e d'empietà ogni cruda favilla. Capitan d'un mite e quieto equipaggio l'uniforme della regal marina, segno di prestigio e di gran coraggio, vestiva ei con eloquenza sì fina. Un dì, poscia aver ratto un gran bottino da un portentoso galeone ispagnuolo, mirò tra l'oro un dipinto divino che gli segnò il principio d'un rio duolo. Infatti il quadro dai vivi colori mostrava il volto d'una damigella che, delicata come stel di fiori, riflettea la luce d'una gran stella. Misero corsaro!... Se ne innamorò. Ma era costei la figlia deliziosa d'Alfonso, governator che s'insediò nell'ispagnuola Avana maliziosa. Che mai fare?... Lasciar perdere l'Amor?... Scordare il ritratto di quel bel viso?... Uccidere sul nascere quest'ardor?... Dimenticare quel dolce sorriso?... Ahi, quai domande cruente e turbinose!... Come potea il corsaro dar responso?... Infatti quelle brame sì amorose si scagliavano contra don Alfonso. - E se costei fosse già fidanzata- chiedeva poi il corsaro loquando a sé. Ma la fiamma d'Amore era impazzata. A tal punto era d'uopo agir, mostrar fè. Vestuto con una semplice livrea, il corsaro prese una pia scialuppa; e per non far accader ciò che temea a Cuba sbarcò lungi da ogni truppa. Aspettò con ansia il far della sera; poi, mentre il caldo Sole tramontava salutato dalla lieta habanera, andò verso il palagio che brillava. Con provveduta e studiata prudenza, evitando i rei gendarmi e gli schiavi, si portò ispirato dalla coscienza ad un verone che dava alle navi. Protetto dalle fosche ognor più oscure e dall'ombra d'un bel nespolo immenso, fischiò celere tre note sicure ispirate da un Amore assai intenso. Allora, poscia un picciolo momento, apparve sul verone una fanciulla. Ah, come crebbe il bramato contento di quel giovine sicuro nel Nulla. Era dessa!... Lunghi capelli biondi, azzurri gli occhi, stupende le ciglia, magrotta la vita, pii seni tondi. Ah, dell'Immenso immensa maraviglia!... Vestuta di bianco, come una sposa, parea inoltre un'angioletta divina che già illuminava la rossa rosa colla sua calda luce sopraffina. Allora il corsaro il fischio ripeté, balzando prudentemente dal loco ove ben riparato già si perdè in una novella vampa di foco. - Chi mai siete, oh sembianza mascolina?... Siete un uom pudico, Angiolo del Cielo, o demòn che di beltà femminina avete sete nel nome di Belo?... Suvvia!... Se siete onesto, rispondete- chiese immantinente la fanciulletta. - Chi mai io sia, per Iddio, non chiedete- rispose il corsaro - Pia donzelletta, vi basti saper che sono sincero. Poscia aver sfidato l'Oceano in furia, della notte nel crudo manto nero già giungo onesto ai piè della tua curia. Immago dolce de' miei sogni tu sei... de' sogni più dolci, pudici e casti. Che per me se' tu Venere tra gli Dei ascolta... sì, ascolta e poscia ti basti-. - Oh quant'è dolce l'accento e lusinghier!... Detti che una dama san conquidere!... Oh Cielo!... Non mi sembrate menzogner, e onesto parmi il vostro pio stridere. Ma Iddio!... Perché celarmi l'identità?... Se anche foste un temibil masnadiero, vostri sarebbero il cor, la mia beltà ché buon sareste ugualmente e mai fiero. Il nom, vi prego!... Ditemi chi siete- replicò la dama in estasi ratta. Allor, sentendo tai verba sì quiete, il corsaro disse- La Grazia è fatta!... Al servigio de' regi di Bretagna son io un corsaro dal cor generoso. Dell'ispagnuol che nell'oro si lagna saccheggio il galeone grande e mostruoso. E l'oro lucente così sottratto lo divido equamente in parti uguali. Una parte ai regi, un'altra al riscatto, un'altra ai mesti colpiti dai mali. Son poi liberator de' schiavi negri che prestan servigio sulla mia nave. Ora essi son liberi, onesti, allegri e già scordano i campi e le rie cave. Ma, dolce fanciulla, perché 'l chiedete?... A tanti uomini, a tanti miei fratelli ho reciso le vene. Comprendete?... Ho poi subissato mille drappelli. Sì, mia compagna fidata è la spada che impugno quando vò all'arrembaggio. Ma è giunto il tempo che la lama cada, giacché più sete non ho di coraggio. Mi sia adesso Iddio a far da testimonio. L'Amore è già la mia sete novella... sì, l'Amor uccisore del Dimonio... l'Amor che nasce per te, oh damigella-. Immensamente perduta e estasiata nelle giuste parole del corsaro, la fanciulla si sentì sublimata da un loco che considerava amaro. Così ella disse- Oh grande eroe di mare, son io la figlia d'un crudel tiranno che proibisce ai sudditi di adorare, giacché l'Amor per lui è un grandioso danno. Sì monotona in questo bel palagio è la vita d'una corte meschina che sguazza nel fango d'ogni breve agio sotto il Ciglio della Furia divina. Sempre risòna, ahimè, all'habanera il ricco fandango de' violoncelli. Sempre, ahimè, giunta la misera sera i libertini si fanno rubelli. E, cruda e ria sorte, deggio sposare di Madrid un baron che non mi lice. Sposar chi non voglio né bramo amare!... Ma è mio padre che severo me'l dice. Un galeone partì ieri per l'Ispagna; e l'equipaggio suo un mio pio ritratto a quel vegliardo che per me si lagna dovrà subito consegnare intatto-. - Quel dipinto l'Europa mai mirerà!... Incendiata, saccheggiata, distrutta quella nave nel Veglio Mondo mai andrà. La vidi naufragar orrida e brutta. E il ritratto giunse nelle mie mani che l'ascosero qua, nel dolce core. Esso parla d'un desio, d'un domani... d'un futuro d'immenso e caldo Amore- sclamò il corsaro all'amena donzella, la quale sorpresa e felicitata dinnanzi ad una luminosa stella s'alzò sempre più allegra e sublimata. Ella disse- Oh prode, di te mi fido. Fuggiamo... Rapiscimi... Portami altrove... Portami al tuo covo, al sicuro nido. E' Amor che parla... E' Amore che ci mòve-. Dette queste verba ella si ritirò dal bel verone marmoreo e stupendo dal quale fino a quel momento parlò. Che mai accadeva?... Oh sospiro tremendo. Tra mille sospetti e il crudo spavento il corsaro pensava l'illusione, fonte di crudele e folle tormento... fonte di sì malvagia delusione. Ma ad un tratto gli parve la donzella che, correndo assai, andava ad abbracciarlo. Oh, stridente e maravigliosa stella, pudicamente volle anche baciarlo. Senza proferir detti, senza tregua fuggir avvinti verso il dolce lido. Quando altrove la tempesta dilegua spesso diretta vuol colpire il nido. Infatti i due giovini fur mirati dal malvagio e folle governatore che immantinente li volle ben spiati da un drappello di gendarmi in furore. Ben ascosti, senza alcuna lanterna, questi militi seguir i fuggenti. Vider della barca la rotta esterna sulle caraibiche acque sì frementi. Allora, dinnanzi al governatore, prepararon la tremenda escursione che tanto uccider volea quell'Amore, e ogni sua casta e pudica effusione. Frattanto i giovini giunsero al covo; ed ivi si riposar sur d'un letto immemori del crudele ritrovo ch'avrebbe presto ucciso il lor diletto. Così all'alba fur destati da un tòno veniente dal sembiante d'un cannone. Era il demoniaco e crudele sono ch'annunziava la fin della passione. Infatti, attorno al covo, tre galeoni stavano già pronti a cannoneggiare. Inemici dell'umane passioni ora un Amore volean annientare. Il pio corsaro e la sua damigella ordinar all'equipaggio stordito di correre alla lor nave già fella e d'issar il vessillo del bandito. Gli Ispagnuoli desiavano la pugna. Perché deluder e cader senza guerra?... Perché non affilar la guerriera ugna e cader morti sulla nera terra?... - Amore in vita, Amore anche in morte- sclamò il corsaro alla sua fidanzata. E ella, pur conoscendo la ria sorte, ripetè la frase assai sublimata. Al fine i due giovini andar sereni verso il proprio galeone portentoso. Era la fin de' lor ardor terreni... del lor mortale Amore turbinoso. La pugna fu istigata. Essa iscoppiò. Abbracciati sul ponte già infocato, nel cor d'un inferno che si scatenò, i due amanti il Cielo fecer laudato. Poscia aspettarono la cruda morte. Un'esplosione una scheggia scagliò via; e essa colpì per colpa della sorte il petto affannoso della dama pia. Cadendo tra le braccia dell'amato ella sclamò- Mi ami!... Per questo Amore, oh giovine, il Cielo t'ha Perdonato; e Salvato ti porta al suo Madore-. Appena spirò la dama sì giusta, mentre la nave già colava a picco, una luce avvolse la coppia augusta d'una pia tinta d'oro vivo e ricco. Vedendo tal lume dal proprio ponte, don Alfonso ne rimase accecato. Dolente si fece anche la sua fronte, e il suo corpo si rese addolorato. Barcollando e brancolando ora qua or là, cadde impazzito nel mare profondo. Immerso nel duolo e nella cecità annegato morì, e salutò il mondo. Questa fu la sua morte... morte infame ponderata dalla divina Possa che, nel lieto cor d'un vinto certame, gli volle aprir la terrificante fossa. Don Alfonso era un tiranno crudele. Dedito al lusso, all'inganno e alla guerra a tutti i sudditi diede del fiele, e tutti volle prostrati nella terra. Niuno era di lui più grande e possente... nemmanco il rege del suo Paese sì rio. Misero, povero, stolto demente: fatalmente si dimenticò d'Iddio.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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