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Fiabe 6 febbraio 2010 · lettura 6 min · 5330 letture

Hatshepsut Regina d'Egitto

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Sedea tranquilla sul trono imperiale l'egizia regina figlia d'Ammone. Ahi quant'era bella, dolce e regale siffatta stella caduta da Orione!... Sotto il guardo del solar sacro falco, all'ombra dell'ale aurate del Nume, mostrava il corpo odorato di talco e l'ignudo seno colmo d'acume. Lisci e curati avea i bruni capelli che all'ischiena scendean senza decori; e tant'Amor i verdi occhi sì belli irroravan diamanti e bei tesori. Fresca e cara stava la nobil fronte ch'appena vestuta del pio diadema, volgea all'arcano ed ignoto orizzonte proclamando la Pace o l'Anatema. La man destra sfoggiava il Pastorale... la man mancina detenea il Flagello; e la mente, prole dell'Immortale, imponea dell'Ordine il gran Suggello. Cara e dolce immago! Quasi la veggo! E contemplo la Beltà che par non ha!... Misero poeta e scriba!... Ora mi seggo; e canto un'istoria che nessuno sa. Ravvivata dalle squillanti diane e dai sereni detti degli araldi, la regina, per via di brame arcane, s'alzò e poi scese dai gradini baldi. Un nobile e possente pescatore entrò allora nell'imperiale sala, e le mostrò colma d'albo madore una perla pella sua dolce gala. Si giurò un dì che l'uomo fiero e prode ch'avesse donato simil tesoro alla casta regina degna di lode... alla signora dell'egizio foro, costei al pio talamo avrebbe condotto e con lei avrebbe regnato l'Egitto. Sacro l'ordine, divino tal motto, il Voler si mostrò del Sole invitto. Hatshepsut volse allora il primier guardo; e cotanto le piacque l'eroe ardito e il suo gentile e ponderato azzardo che 'l ritenne degno del proprio mito. Alzando il fortunato dall'inchino, ella sclamò- Figlio del Falco guerrier che vindice fu del Padre divino, per noi di gaudi il dolce Ciel sta forrier. Vieni! Abbracciami al tuo stridente petto!... Mio Padre già ci dischiude l'Amore... ci libra un avvenire di diletto. Quello è il grande trono. Questo è il mio core-. Cingendo d'abbracci la sua sovrana il giovin eroe disse- Oh mia Speranza, che un tempo ti considerai lontana, al fin mi doni l'alma e la sembianza nell'impeto di questo gaudio giuoco che a noi scende dalla Sacra Cintura ove del Padre tuo brilla il gran Foco... ove impera la portente Natura. I Numi m'ascoltano. Dunque giuro... giuro che sempre tuo resterà il mio Fthà. Nessuno, sì, nemmanco Seth l'Oscuro questa promessa infrangere ben saprà-. Ahimè! Quanto t'ingannavi, uomo leale: la maligna serpe già s'aggirava e menar desiava il colpo fatale che pria il tuo cor ignorare sembrava. Infatti nel cor di questa Apoteosi già sorgeva l'impetuosa e cruda ira del terrificante prence Tutmosi il quale, ratto da maligna spira, tanto volea lo scettro e il forte seggio. Pur d'ottenere la grande possanza era disposto a macchiarsi del peggio che compir puote l'umana baldanza. Ricolmo d'insaziabile invidia, pien di terribile e dura malvasia, colmo d'infinita e cruda perfidia già tramava una gesta tremenda e ria. Così nel dì delle regali nozze palesò durante il lieto banchetto dolenti lagne sì malate e rozze; e disse, fingendo d'essere schietto- Nobili!... Scusate i miei scarni Umori. D'un morbo mortale malato io sono. Poca vita mi danno i miei dolori. Morrò!... D'una Tomba fatemi dono... e d'un possente Tempio a Daher El Bahari... Tu, oh Faraone... tu, oh Duce dell'Impero, presidiar devi i lavori sì cari ch'edificheranno il mio cimitero-. Dette queste verba finse di svenir dovunque seminando perplessità. Credendolo dassenno presso 'l morir, il Rege obbedì alla sua ria iniquità. Iniziò dunque la fatica dura degli schiavi che in un sol picciol mese costruiron l'arenarie triste mura del cimiteriale e lugubre paese. Un meriggio Tutmosi, pien di follia, mandò celere a chiamare il Faraone; e con lui andò alla tombal pietra sì ria che troncar dovea una giusta Passione. Appena il sovrano voltò l'ischiena, il prence balenò un colpo, e 'l trafisse. Al misero che giacea sull'arena il severo guardo contento affisse; e sclamò- Pell'aure solo rimbomba la Furia delle mie brame calpeste. Questa sarà assai presto la tua Tomba. A me il trono, lo scettro e le gran feste-. Detto ciò, celere il capo gli troncò, e uccidendo i prudenti servitori, ai cavalli scaltramente s'involò. Infame seminator di dolori!... Giunse la placida e serena sera. Dal verone del palagio regale la Reina mirava la primavera e il tramontante e tristo solar strale. Cantar stava un'amorosa carola al pensier dell'amato e caro sposo. Oh saggio Toth! Rammento la parola, e rammentandola cantare la oso. " Stende il vento delicato il suo soffio sulle lande; e il deserto già sfiorato con esso lungi s'espande verso gli orizzonti ignoti ch'ascondon l'onde del mare. Ah! Candidi e dolci loti, sentite quel pio soffiare?... L'etesia aura i vostri fumi tanto desia conquidere. Ma sotto i celesti lumi anche un cor vuol sorridere. Amore! Sabbia stridente, caro Amore mio, ove sei?... Tornerai presto gaudente, o, ahi lasso, già ti perdei?... E se questa mia Passione giacer dovesse perduta, che m'accolga allora Orione nella Gioia mai veduta! ". La Regina terminò il mestò canto. Una lama la trapassò furente. Negli affanni spirò il suo core infranto. Ma il Ciel folgorò l'uccisor demente. Allora Lassù Ammone ristabilì d'Amore l'Ordine sereno e giusto. La Passione perduta si rinsanì nel cor dell'Eterno diletto e gusto.
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Questa offerta è una finzione letteraria e romantica che non rispecchia la realtà della vicenda di Hatshepsut. Lo tengo a precisare.

L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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Commenti (1)

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Maria Rosy11 febbraio 2010

che importa che non sia la realtà storica, su questa regina regna il mistero, ma chi ha letto su di lei almeno un poco ha sognato, e tu hai messo il sogno in parole bellissime anche se dal finale mesto