La poesia, che può essere maggiormente gustata se si ha qualche nozione di storia di Napoli, è stata scritta nell’ottica dell’iperbole, usata più volte in letteratura, da Rabelais, da Céline o, per restare a Napoli, ultimamente dal romanziere Giuseppe Montesano (conservo gelosamente una sua lettera autografa), provinciale come me e del quale consiglio le godibilissime, anche se amare, letture di "A capofitto", "Nel corpo di Napoli", "Di questa vita menzognera" e "Magic people" (Mondadori e Feltrinelli) .
Non mi meraviglierei se avessi la conferma (lo posso intuire) di non essere granché apprezzato dalle poetesse e dai poeti napoletani tradizionalisti: dopo una poesia come questa! Se volessimo approfondire con le parole di Claudio Magris ("Ogni vera passione rende più acuto e più severo lo sguardo nei confronti di ciò che si ama", si legge a pag. 50 di "L'infinito viaggiare", ed. "Oscar Mondadori Contemporanea", 2008), io potrei al contrario considerarmi come uno dei più grandi amanti della città partenopea. Però non è questa la verità. La verità è che, come parecchie persone, io amo maggiormente ciò che è un po' lontano da me, l'"erba del vicino che è sempre più verde" (come il pratese italo- tedesco Curzio Suckert, cioè Curzio Malaparte - molto vagamente equiparabile a me, campano- marchigiano -, che scriveva "Maledetti toscani" e abitava ben volentieri nella sua famosissima villa di Capri), alla stessa stregua di un uomo che, trascurando la propria moglie, adocchia sempre quelle degli altri, non pensando, come ci ricorda Gigi Proietti (in "Decamerino", ed. Rizzoli, 2015, pagg. 12- 13) che, tutto sommato, non ne vale poi tanto la pena ("Penso alle scritte sui muri di Roma: 'Non desiderare la donna d'altri. Tanto rompe i cojoni come la tua' ") .16 gennaio 2016