Dei tremori altrui
Nella notte penosa
mi è vibrato uno spasmo,
un alito inconsueto
vertigine interiore:
Era, altrove,
la città disperata,
implosa nelle assenze
dei passanti,
nella vaghezza più spinta,
macchiata d'incostante apatia.
Mi è evaporata addosso
una immensa colpa: sola come mai
mi sono voluta;
ho pianto i treni
e le stazioni
e le voci della gente,
e posti dove mi trascinava
un indecifrabile
silenzio interiore.
con una specie di montagna in petto
mi accerchiava
il delirio
dell'impotenza:
mai più tornata
in luoghi feriti
da istinti infantili.
Ho sgretolato il passato,
con i ricordi
e gli errori.
Un male denso
di giustizia.
Inevitabile.
E macchia d'incostante apatia
io sola,
incapace di amare la terra.
Come macchia
cosi mi sciolgo
in quello che resta
di un luogo che ho plagiato;
e tra strade spezzate
e rovine di intimità
sento una nuova energia,
cosi piena di significato
che mi muore addosso,
ogni dolore terreno,
la sentono tutti.
La sentono tutti,
sento un eco di sacro
e potente
nei luoghi sospirati
nella gente che soffre.
Non ho paura di morire:
mi corre dentro un impasto di vita,
dolore e devasto,
talmente vero
che mi sembra
di essere
infinita.
©
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