Nel cappotto di scotch e umida nebbia
Giorgia Spurio
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Riarsa, -eppure la baciavi-
la gola bianca,
tra i rovi e le mani,
tra le dita e il sangue dei rami.
E ho portato acqua,
pioggia raccolta tra le braccia,
fino alle colline gialle,
per i laghi scordati,
e le voci impigliate tra corde e violini
-forse chitarre...-
E ho acceso per capire chi siamo,
-acceso la luce- lì, -sul comodino-
Per vedere in faccia il buio,
e cadere sul cemento
per baciare marciapiedi,
e saltare –con le labbra spaccate-,
scuotere la mente –nella testa,
fino a staccarsi-.
-Dj, metti su, altra musica-
E le lune ruotavano,
come gli occhi che hanno i ratti,
e le pupille dei topi,
giù,
tra gli odori delle strade,
giù,
tra la terra –e il cielo-,
ovvero, tra la terra e l’inferno.
Avevo tutto in un carrello,
la mia casa in un cartone,
e seguivo le luci dei bar,
fin dove i lampioni finivano,
e mi piaceva finger di sentir cantare,
mi toglievo il cappotto marrone di scotch.
-Su, Dj, metti su, ancora musica-
Ballava anche la nebbia,
tra i vetri e le bottiglie sul suolo,
tra i sandali e i piedi,
e il vento degli ultimi giorni.
E io dimenticavo i miei nomi.
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L'autore
Giorgia Spurio
Commenti (1)
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Barbara Golini1 novembre 2011
e già dal titolo la premessa alla poesia. Bella bella nel verso nel sentire e nel maneggiare della poetessa di immagini e suggerimenti metaforici che lasciano spazio al sentire e al godere di questa poesia.

