Giustizia, il mio nome era Dike
Giorgia Spurio
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Mi portava in braccio
-come una croce-
Mi teneva in mano
-come un coltello-
Ho accarezzato della sua cecità
le bruciate ciglia,
ho camminato nel suo giaccone,
e sofferto come una sfinge,
dopo la fine di tutti gli indovinelli.
E ho sentito, solo per un attimo,
tra la sabbia e il deserto,
la sua voce,
e la pulce nera, tra le grigie e le azzurre
silenziose vedove perbene.
Avevo cori nel petto,
-mi hanno strappato il cuore-,
avevo greche korai –vergini,
immacolate-, tra il peplo,
avvolto in una –marmorea- Nike.
Mi hanno chiamata
con i nomi delle Dèe,
dei delitti e delle colpe,
con gli occhi delle Furie,
e l’innocenza delle anime
-martiri- naviganti su strade,
di legno –di fuoco-
-d’inferi- e d’urla.
Mi hanno appesa,
con un filo e una benda,
tra la Spada
e la fragilità della Bilancia.
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L'autore
Giorgia Spurio
Commenti (1)
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D
DarioC 8514 novembre 2011
Davvero difficile da commentare... Cos'è la giustizia? Chi può dire di averla?... L' undicesimo verso mi è sembrato un po' scontato... Vista l'originalità dell'autrice sono rimasto sorpreso... Non mi piace molto neppure la scelta stilistica degli ultimi tre versi della penultima strofa (da "-martiri-" a "...d'urla.") Bellissima invece l'ultima strofa: la giustizia appesa con un filo (quindi in modo precario) e una benda (quasi fosse la dea della fortuna), tra la spada (la legge del più forte) e la fragile bilancia (tribunali che non sono spesso all'altezza)...Così l'ho interpretata: una bellissima immagine della giustizia, e dell'incertezza del suo significato...
