La cecità del sole
Giorgia Spurio
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Spine in azalee grigie,
come daghe e lame sotto i sandali
e la pioggia che non cade.
Dicono che la neve sulle montagne
abbia smesso di avere colore,
e i gatti passeggiano
sfoggiando sorrisi, miagolii in frac,
con volpi sotto braccio,
travestiti da neri mantelli e smoking,
ed io attraversai –senza guardare,
frenature, tram, bus, o caverne su ruote-
-senza guardare- quanto fosse dissestata
la strada, e la cupola lontana,
tra la nebbia, o forse solo nuvole
pronte a nevicare,
forse di nuovo a partorire
la tempera e il gesso
che avevamo usato da bimbi
sui fogli e le pareti
di case che si sgretolano.
Dicono che i fiori,
sono decenni che non si vedono,
e che non esistono bambini... non più.
E guardano la mia sciarpa rossa
come una striatura di sangue,
calore d’estate per l’inverno,
come quando Venere
scappando si punse
trasformando le rose da bianche in rosse.
Raccontano che l’azzurro si sia staccato,
dal cielo d’improvviso, come specchi
sotto il peso del mondo,
dei tanti piedi, dello scalpitio e dei tacchi,
e l’arancione lasciò posto ad altro
così come il verde
che gli alberi ancora attendono le foglie.
Ed io lascio...
Di sol un passaggio
una striatura rossa,
come il sole
che attende ancora
il giglio lasciar posto
di sbocciar come rosa
che dalla notte
la luna diventi lattea
di un candido divenir alba...
e poi tramonto, di un mattino
che ripone uno ad uno i suoi petali,
come di un Dio
che posa i suoi polpastrelli,
come di un bimbo
che sporca, urla, ride, -colora- e trovi
di un bocciolo –forse la perfezione-
fra i suoi giocattoli al mare e i piccoli rastrelli.
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Giorgia Spurio
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