Le sue gote di porpora
Giorgia Spurio
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La tua pelle –di porpora il silenzio-
ad abbracciarsi –come al sole su per il grigio
che riveste pelle e vene, le mie-
-Dimmi il tuo nome-
Ti ho sognata dietro a un fiore,
l’ombra che ho, del ricordo
di nessuna fine, lì come un angelo,
delle sue piume, e dei suoi capelli.
Ti ho pensato,
ti ho stretto,
e –ho fumato-,
non ho dormito.
Chiedimi su quale sedia sono,
su quale equilibrio refrattario,
e quale palcoscenico mi accoglie,
nell’insonnia di questa notte
ti ho conosciuta senza voce,
come l’evanescenza
che si veste di stelle.
Come l’allucinazione
che ha il cielo
quando accoglie la luce su di lui,
con il rosa del velo
che sulle spose nuvole
si ridona e si nasconde,
come le onde del mare.
Come il bianco che del nero
mi hai regalato,
fin sulla montagna, a scavare
per cercare ancora l’occhio dei fiori,
per gridare che dei colori ancora le falene
esistono dipinte,
non sol di quel pallore
che le strade del cemento
sommergono –sulle anime-.
-Raccontami dei tuoi sguardi-
Perché... ti ho pensato,
-ora- senza la persuasione del sonno,
senza la buona notte del mondo.
Ora dal chiarore delle tue guance,
al rossore delle tue dita,
-ora- che il sole mi nasconderà
dietro la sua aurora,
e non potrò più conoscere
del mio bacio,
- l’effetto del tuo sorriso-,
e la mia invisibile
doglia, non la conoscerai,
abbracciarti
come i contorni del sole
tra le vette delle nefeli.
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Giorgia Spurio
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