Mi innamorai di suo figlio, madre nebbia
Giorgia Spurio
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Mi cucii...
Come un ago che il silenzio,
ricamava tra le cosce dei lenzuoli,
abiti che rivestono nudità invisibili
al buio.
Dicono che sia nato dalla nebbia,
lui così...diverso dalla bianca madre.
E mi baciò lacrime di ciglia,
-tra le gambe-,
era un pianto
-viscere contorte-
E da sotto il letto ne arrivava il rumore.
Dicono ci siano scale –nascoste-
Sotto –ogni letto-,
che portano all’inferno.
E avvolto come da un velo,
il corpo che sonnambulo vaga tra laringi
si sveglia di soprassalto
come il vento che gela le dita
fino a bruciarle,
come lo schiaffo...
Quando ansimi per amore
e poi scopri gemiti
-sciolti-
perché la neve al lutto
coprì i suoi figli,
margherite con petali trasparenti,
come ali e diaspore,
come saluti acidi...
Prendono fuoco tra benzine
cosparse... sulle lenzuola
che non hanno che l’impronta
del viso
e della sua maschera.
-La rubai quella maschera-
Per confondermi tra la notte e l’alba,
per poter insultare –senza farmi sentire-
-con attenzione- la luna,
che illuminava le nubi basse,
senza il permesso di nessuno.
-La rubai, sì, quella sua maschera-
Per attendere tra gli alberi
il bacio che le anime percorrono
-che le anime elemosinano-
sfiorando i rami d’autunno.
E mi addormentai...
Fu troppo tardi –svegliarsi- quando il buio
riprese già il suo fardello
-il suo sorriso di carta e argilla-
Lasciandomi nuda
sull’umido che sua madre
lasciava come rugiada
-una strada- da percorrere infreddolita
per i miei miserabili piedi scalzi...
Verso casa.
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Giorgia Spurio
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