Un brutto lavoro
Tornava già stanco la sera
pescando le solite scuse,
per la moglie che dolce, leggera,
tentava le solite attese.
La mano di lei lo sfiorava,
sul viso, poi lenta sul petto,
guardandola severo diceva
dormiamo, dentro quel letto.
La mattina pigro si alzava
e in fabbrica spegneva la vita,
con gli occhi, triste, tornava
ai sogni di un tempo, fuggiti.
A cosa voleva davvero
e al tempo di dolci stagioni,
a un campo coperto d'alloro
su cui affondava le mani.
Pensava di poter diventare
qualcuno che fosse qualcosa,
pensava non posso sprecare
la vita in giorni noiosi.
Ma adesso giaceva ben dritto
nel triste palazzo d'acciaio,
forzando le mani, di scatto,
raccogliendo l'incerto guadagno.
Un giorno di sole rovente
gli dissero che era finita,
e muto sgusciò lentamente,
sfilando così, licenziato.
La moglie furiosa sbraitava
che i soldi doveva cercare,
e lui muto invano cercava
la riva, alla fine dal mare.
Ma le porte son fatte di ferro
e nessuna gli si apre davanti,
gli sembra bollente la terra,
vorrebbe ai piedi dei guanti.
Ritorna così al palazzaccio,
chiedendo in ginocchio pietoso
di farlo tornare uno straccio,
ben dritto, in giorni noiosi.
©
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Commenti (1)
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antonella vono19 gennaio 2012
Lenta agonia dei giorni nostri... Molto apprezzata per la grande capacità espressiva, ho sentito il peso dei sogni spenti, l'angoscia e la delusione e infine l'umiliazione di doversi piegare, prostrare ... Complimenti sinceri.