Ishtar
Giorgia Spurio
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No, non mi lasciare.
Sarò come bimba, piccola,
che non sa ancora camminare
e senza latte –gattonando,
per vie, scale, e strade-
in cerca di quel Nero,
il nero dei tuoi occhi.
No, non camminare,
non voltandoti, non
così...
così che ricorderò per sempre
lacrime fuse alle spalle.
Non così, ché i denti dell’esofago
si mordono –lottando tra gli universi
dell’intestino-
Forse è isteria,
quella dal nome soave di una dèa.
Perché Madre fui,
e divinità della fertilità,
stella dell’est,
e ora malattia?
E ho voluto partorire tutto il gelo
sui miei fiori,
e ho voluto neve –bianca,
al posto del velo-
tra i capelli... castani.
Forse è isteria,
quella dal nome soave di una dèa...
O forse è amore...
Per cui di te mi porto dietro
tutti i tuoi scheletri,
tutti i tuoi figli grigi,
miopi e soli.
O forse è memoria,
di argilla e sabbia,
tra le dita e le unghie,
degli artigiani che hanno
tra i canuti capelli l’ebano e il rame
del tempo.
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Giorgia Spurio
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