Eco e Narciso (riveduta e scorretta)
Grazia Longo
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Sola, come allora,
come la prima volta,
come sempre,
-sola-
afona luna della notte.
Negli uragani d'urla
senza suoni,
echi, lanciati invano
come sassi,
in stagni profondi e melmosi,
inconsistenti contenitori di morte
che pur brulica di vita
nell'ombra d'infimi abissi,
fangosi e fermi.
E sopra,
in superficie, lo specchio,
lo stesso specchio
che irretì Narciso,
quello calmo e placido,
-falsamente placido-
che specchiava il cielo.
Ma non è nello stagno, il cielo.
Anche se tu lo vedi lì,
nel fosso, a mentire voli.
E tu, ultimo Narciso,
tu, che ti pavoneggi
nello specchio dei miei occhi,
sappi che i miei occhi
non saranno mai lo stagno
ove ti vedrai come tu vorrai.
I miei occhi hanno un'anima
che legge le anime
e la tua l'han trovata
nell'abisso oltre lo specchio
-esanime-
là, ove tu l'avevi perduta.
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L'autore
Grazia Longo
Commenti (2)
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Francesco Rossi28 marzo 2012
Quel narciso che dliata pace e che allo stesso tempo pavoneggia negli occhi è l'essenza incontaminata della bellezza di questa poesia.
Mr Taarces Caifmonac30 marzo 2012
Molto bella... "Ma non è nello stagno, il cielo" mi lascia ripensare alla fantastica frase di Cyrano deBergerac, "Le rossignol qui du haut d'une branche se regarde dedans, croit être tombé dans la rivière"... immagini suggestive, che sono topoi di una millenaria traditio poetica, come anche la ripresa dell'antica mitologia greca, il tutto adoperato per ottenere sentimenti e concetti sempre validi nel tempo, universali... Complimenti, dovrebbe essere questo il vero spirito da sigillare nell'atto poetico...


