Pulizie di Pasqua
Gianpiero De Tomi
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La casa risuonava, come una grotta vuota
i muri vomitavano il tempo, sapendo
che presto sarebbero stati trasformati
in stoiche sculture ammutolite.
Prima di mutarsi in asettici insetti
in doppiopetto e cappello di paillettes
nelle estranee stanze, piene di silenzio
manichini rigidi, pieni di apprensione
fasciarono tutti i mobili, per salvarli
dall'inondazione del terribile bianco.
Anche il pavimento sembrava presagire
che non sarebbe uscito incolume
dagli sguardi sospettosi, sulle nere fughe:
rapide le piastrelle si chiusero impenetrabili
come una falange macedone, inattaccabili
pur di non cedere, neppure un'impronta
a spatole d'acciaio e spazzole metalliche
che già sibilavano nella borsa degli attrezzi.
Poi il giorno giunse, gravoso e pesante
il vento passò su ogni spigolo, divorando
dentro ad una gola dorata, di nulla informe
attraverso un turbine, di dubbia felicità
l'immortalità del saggio e cauto laidume
ingoiando senza esitazione
tutto ciò che non ebbe saggezza
nel cercare un oscuro rifugio.
Per la mia classica, sagoma indistinta
distolsi lo sguardo e mi salvai
con la sporcizia, che rimase aggrappata
disperatamente alla mia anima
come una madre al figlio soldato.
In una polvere leggera e densa
che scendeva dal cielo, mi gratificai
sotto un cupola grigia e vorticosa
miracolosamente indenne
alla teatrale sincerità del candore.
©
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Gianpiero De Tomi
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