Randagio
Gianpiero De Tomi
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Ormai è sempre più difficile
scendere a terra, avvolto dal filo di seta
sono randagio, sul dorso del demone drago
disperso nella tempesta perenne
con occhi curiosi ed arrossati
che riflettono la polvere assillante.
Braccia tese, in cui sono raccolte
le ansie cupe, incombenti come ancore
moribondi corpi, che ripudiano l'aldilà.
A volte lascio precipitare il fardello
distruggendo, in un enorme cratere
castelli abitati da inutili virtù
fuggenti figure, d'immediate paure
ed espressioni iconizzate nel ghiaccio.
E un nugolo di ali che mi perseguita
forse è una chiave, quella che vogliono
che apre tutte stanze dei sussurri
rilucenti necrologi della volontà
anfiteatri nel lutto di mantelli neri
ed attori, d'iperboliche anatomie.
Troppo tardi, per vedere chiaramente
ciò che ha devastato la carne
tutto è pulito, sano, disinfettato
igenico, candito e verginale
ben composto per la benedizione finale
sull'altare fuso di colpe e meriti
all'ombra del tramonto di sangue
che dipinge il segreto dogma
il giuramento prima dello spergiuro
la luce mancata nella surreale posa
dei morti abbandonati e rigidi
sulle panchine del parco d'autunno
ricoperti da veli metafisici
adagiati su pragmatici guanciali.
Strappo le funi che vincolano
le coperte, che troppo occultano
disperdo a piene mani nella terra
il cibo che nutre, uccidendo la fame
l'acqua che disseta, rinnegando la sete
e lascio soltanto il corpo nudo
dalle vergognose ed umane voglie
nelle torride giornate del calore
sul greto del fiume a rendere lode
ad un solo istinto sfuggito
alla prigionia di mille aguzzini
alla frusta impregnata di dissolvenza
nella pietraia del chiassoso silenzio
quando lo sguardo si fa vuoto
e la voce un'eco senza corpo.
©
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Gianpiero De Tomi
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