Dal cielo e dalle mie vene
Giorgia Spurio
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Del cielo, che si rompe,
e son briciole di azzurro,
corrotto poi dalle mie mani
il loro infido pallore,
così trasparente,
che si ha paura di toccare la terra
con il loro sospiro incolore.
Del sole, che si spoglia
via di raggi e di vesti
che le adolescenti
avvolgono tra gli acerbi seni,
in rosei che il tempo
chiama a sé, venti
e parole per non dirle.
-Parlami-
So che non ci sei,
ed io non ho in me l’essere
da poter dire che amore sia,
-Dimmi-
E urlami un nome
che abbia anima
tra le mura delle mie membra
tra gli svenimenti di inchiostri
che macchiano le vene e i fogli.
E del gracile petto
dove costole hanno tra le gabbie
le voci che io muta
non potrò proferirti,
lì, nel canto oscuro,
io attendo il tuo silenzio,
che divenga tela, e tempera,
acquerello di verdi e gialli,
di sfumature in bronzeo e oro,
in rame, che torturano
-come lineamenti di un passato-
del mio sangue
le arterie in paralisi d’ascolto,
fino ad esser il tuo ritratto.
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