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Riflessioni 31 agosto 2012 · lettura 2 min · 860 letture

Camille Claudel

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tindaro 1 poesie pubblicate
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avrei voluto insegnarti le mulattiere isolane dure delle isole, i templi abbaglianti di Apollo dove lucertole immobili sono colonne per nascondersi dagli sguardi dei passanti; tu saresti stata felice di trasformarti in rettili verdi come gli alberi, arrampicarti sulla schiena delle statue sature di sole e poter martellare tutte le certezze col mio braccio di pazzo cantore. Soli tra i soli, primavere scordate nel divenire saremmo stati, fioriture di tuono tra i salici spaccati, mandorle pesanti come pianeti in mezzo alle radure della vita. Nei bagni di zolfo di Vulcano tutti i fanghi avrebbero potuto come uccelli degli apocrifi arginare i sospiri dei defunti. Lì, tra selvaggi ululati d’amanti le tue forme di Madonna, linee tracciate dagli dei sulla sabbia avrebbero potuto lanciare macigni sul volto degli scultori sciocchi. Cesellarti come orafo ebreo vorrei, come i crocifissi medievali appenderti alle tende della mente, divelte giorno dopo giorno come stagioni che non attendono i cicli, non aprono e non chiudono quest’Ade sotterranea del respiro. Ora mi chiedo, come Otello imbestialito d’amore: Cosa hanno fatto i dottori dei tuoi capelli sguainati come spade nel ventre degli ipocriti? ti vedo sulle gambe di Poseidon a rilassare i tuoi muscoli tirati come fionde, nuda come fichi d’india senza frutti, e la mia di lingua infetta cercare tra i flutti incommensurabili la tua pelle di cisterna vuota, svuotata come Kenosis dovuta per tutte le piante seccate nella bocca dei credenti.
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Commenti (1)

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Claudio Toccafondi1 settembre 2012

Molto molto bella, fiocco e segnalo. Rovente e drammatica eppure umana, coltissima e assai coinvolgente