"La Rosa dei Venti"
Stefano Drakul Canepa
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- Zefiro -
Respiravi dolcemente sull'estate
e sfioravi le labbra come un soffio,
un riverbero di terra alle stagioni
che piano muovevano in un lembo.
Esitavi sui giorni e sulle notti a luna
e ti lasciavi andare sulle sillabe vuote
perché parlare non serve al vento.
Tu spirasti in una sera a me ignota.
- Maestrale -
Un gelido sogno di febbraio
tenuto a terra dal mio tremare
e tu che non osavi chiedere
nè accarezzare le mie paure.
Io esalavo desiderio in buio
ma avevo sulla pelle il cuore
e nel petto altre sfere antiche
forse pianeti d'accennata morte.
- Tramontana -
Erano giorni d'inverno e guardavo
la luna come fosse una sfera accesa
ai sogni mai osati fra le notti di rosso.
Non era amore ma forse cuore vivo.
Parlavi di dubbi fra ostentate foglie
e abbandonavi le mie ombre in silenzio
quasi il mattino fosse un temporale
da nascondere senza il fuoco del sole.
- Grecale -
Uscivo in cerca di un sentiero a pioggia
e verso est incontravo i tuoi seni caldi,
forse isole abbandonate al mio sfiorare
che dopo l'amore sempre ferivano gocce.
Era un sogno di marzo, una rosa fredda
il mio consolare morti e germogli, un seme
lasciato maturare dove la terra spira germi
e inutili distanze fra cuore e rugiade nere.
- Levante -
Debole rintocco il tuo petto caldo,
promessa accennata in certe sere
quando il tempo cessa di sognare
ed esita un lamento fra le mura.
Certo poteva essere una nera lama
a ferire i passi o forse le stelle accese
a dare fuoco ai torti e divenire sole
appena caldo per sciogliere la pelle.
- Ostro -
Tu mi colpivi a nuvola, senza sapere,
senza vedere che il battito dei giorni
avrebbe aperto ferite nel mio legno
e compiuto cerchi fra i miei anni.
Eppure le foglie nascevano ancora
e l'umido livore dei mattini perdeva
ogni traccia d'amore alle prime viole
ed ogni nostalgia dei venti andati.
- Scirocco -
Quella sera era un temporale,
un vento d'estate che spirava
nuvole e morte fra le lenzuola,
accenni di cielo nel chiuso inganno.
Erano miele e sale, mandorle amare
appena colte sulla spiaggia nera,
una sabbia che lenta disegnava
tempo e respiro fra le tante lune.
- Libeccio -
Quando uscivo dai miei giorni eri li,
bella come una perla di mare
che tesse le sue sfere fra notti e fiele.
Qualche volta mi lasciavi sognare.
Ma poi ti ingannavi e fra i tanti delitti
delle tue lune chiedevi piccole lame,
riflessi d'argento che usavi per colpire
e tagliare le sere inutili di pallore amaro.
Eri un vento strano, caldo di dolore.
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L'autore
Stefano Drakul Canepa
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