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Poesia 25 dicembre 2012 · lettura 2 min · 3064 letture

Natali andati

Grazia Longo 1183 poesie pubblicate
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Su, in alto, quasi a toccare il cielo, s’alza in volo, l’airone nero sfiorando l’orizzonte sigillato tra le labbra della notte, ch’ora dorme, su morbidi guanciali e vive, nei fumi di fiati e nei silenzi di corpi lunghi, distesi, immobili, come fosse morte, l’oblio del sonno e vita in agonia, quel popolarsi repentino di incubi antichi, con le loro dita scarne, ossute, a scorticar la pelle e il cuore, come graffiti di colori, sul fondo scuro di domani irrisolti. C’è fumo che sale, dopo il saccheggio. Ferro e fuoco, nella città espugnata e vinta. L’odore di cadaveri è il battesimo del vincitore e l’acre dei falò ammorba l’aria. Ora sogna la notte, su un cuscino di stelle. Si copre l’orecchio e non sente, non sente, questo non rumore, questa morte che intride ogni cosa e ne fa alcova di lacrime da dispensar alle spine di cespugli ostili. Mentre petali sfiniti frusciano nell’aria intrisa del dolore del mondo, protesi monti anelanti al cielo mandano in avanscoperta le chiome sonnolente degli alberi con le loro braccia armate di foglie e spine tra lacere vesti di scorza dura, a ricoprire le membra senza un cuore, come un’armatura. Scroscia, l’acqua dei secoli, nella valle immota, in un chiacchiericcio che diventa gorgheggio, a tratti, tra i sassi lisci del greto. Riarse, sono le rive, come labbra colpite dalla febbre. Palude s’apre, lungo il sentiero, infine, e affondano i miei passi in infidi acquitrini, melmosi, viscidi e scuri, ove giacciono, insepolti, altri Natali lucenti di stelle e fragranti di pane, ormai andati...
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Commenti (1)

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Francesco Rossi27 dicembre 2012

In questa poesia colgo l'urlo di una veglia dove la luce vacilla in un verseggiare molto riflessivo.