62 lettori online · 354.056 poesie · 7.625 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Poesie Uomini
Uomini 14 gennaio 2013 · lettura 3 min · 1061 letture

Mi ha mandato a chiamare Benito Mussolini

D
Davide Mannelli 25 poesie pubblicate
+ Segui
Camminavo senza meta verso il posto di lavoro, raccogliendo dai passanti che parlavano fra loro occhi spenti e già distanti da quell'altro occhio amaro. D'improvviso, non so bene, ciondolando come devo, quella strada che battevo mi inghiottì nelle sue vene. “Che succede!”, mi dicevo. E girandomi di spalle nella grotta che guardavo vidi facce senza volti che dal manto eran coperti, e una mano come tante mi fermò con fare fermo senza molti complimenti. “Viè co' noi, nun famo storie”. Chi le fece, non sia mai! Sottogamba a quelle borie già pensavo a quali guai. Una spinta roboante mi lasciò al centro stanza, mentre gli uomini di lutto che pregavano speranza furon sciolti, detto fatto, al richiamo dell'urgenza. La mia dolce solitudine fu per poco realizzata, quando vide palesarsi la figura umanizzata. Mussolini era di fronte alle pietre dei miei occhi, eternati nell'istante, impossibili a trovare qualche fuga d'orizzonte. Son sincero, strano vizio! Quante volte avrei sognato di trovarmi già davanti quel salame imbambolato, per gridare, io stavolta, quei dolori che ho vissuto nelle pagine di carta che sudavano di sangue, che gridavano “il mio Duce” non donandogli la voce. Ma non riesco a gridare. Davanti non c'è un uomo, ma una maschera stuprata di richiesta di perdono. Quelle sfere magre e bianche che smarrirono la luce, le saette dei suoi fianchi che morirono incapaci, quella voce tutta tuono non trovò mai più una mano. E cercò, lui cieco e vecchio il mio corpo da abbracciare, torturandomi nell'occhio che credeva polso di cuore. “Vade retro, Mussolini”! Gli gridai, mandando a terra quel suo corpo già dei cani che difesero la guerra. Sto per uscire. Faccio per girarmi, quando senza neanche udire il suo verbo torturarmi, devo dargli presto il volto che toccò quel lacrimare. Sta piangendo, Mussolini. Senza neri di pupille che alla storia son lontani, scende il rigo che scintilla sulle vite di italiani che obbedienti o solo automi lo seguirono all'inferno, pregustandosi dei doni senza cuore di sperarlo. Se non fossi ancora uomo a quest'ora avrei già unito il mio corpo e la mia mano a quel vecchio torturato. Ma non posso già abbracciare chi condusse la sua vita con ferocia di sperare quell'impero disgraziato. “Il perdono non l'ho trovi, Parodia dei nostri avi!” E gli diedi il mio saluto... ma una lacrima mi scese, e rimase dentro il mito.
♥ 0 💬 0
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.

Il mito di cui si fa riferimento alla fine non è certamente la persona di Mussolini, di cui viene tracciato un profilo nettamente negativo, seppur nella trasfigurazione onirica. La lacrima del protagonista si posa sul “mito”, ovvero sulla possibilità (non colta) di trasformazione, da parte del paese, in qualcosa di giusto per il suo popolo.

D
L'autore
Davide Mannelli
Tutte le opere →

Commenti (0)

Accedi per lasciare un commento.Accedi

Ancora nessun commento. Scrivi il primo!