Mi ha mandato a chiamare Benito Mussolini

Camminavo senza meta
verso il posto di lavoro,
raccogliendo dai passanti
che parlavano fra loro
occhi spenti e già distanti
da quell'altro occhio amaro.
D'improvviso, non so bene,
ciondolando come devo,
quella strada che battevo
mi inghiottì nelle sue vene.
“Che succede!”, mi dicevo.
E girandomi di spalle
nella grotta che guardavo
vidi facce senza volti
che dal manto eran coperti,
e una mano come tante
mi fermò con fare fermo
senza molti complimenti.
“Viè co' noi, nun famo storie”.
Chi le fece, non sia mai!
Sottogamba a quelle borie
già pensavo a quali guai.
Una spinta roboante
mi lasciò al centro stanza,
mentre gli uomini di lutto
che pregavano speranza
furon sciolti, detto fatto,
al richiamo dell'urgenza.
La mia dolce solitudine
fu per poco realizzata,
quando vide palesarsi
la figura umanizzata.
Mussolini era di fronte
alle pietre dei miei occhi,
eternati nell'istante,
impossibili a trovare
qualche fuga d'orizzonte.
Son sincero, strano vizio!
Quante volte avrei sognato
di trovarmi già davanti
quel salame imbambolato,
per gridare, io stavolta,
quei dolori che ho vissuto
nelle pagine di carta
che sudavano di sangue,
che gridavano “il mio Duce”
non donandogli la voce.
Ma non riesco a gridare.
Davanti non c'è un uomo,
ma una maschera stuprata
di richiesta di perdono.
Quelle sfere magre e bianche
che smarrirono la luce,
le saette dei suoi fianchi
che morirono incapaci,
quella voce tutta tuono
non trovò mai più una mano.
E cercò, lui cieco e vecchio
il mio corpo da abbracciare,
torturandomi nell'occhio
che credeva polso di cuore.
“Vade retro, Mussolini”!
Gli gridai, mandando a terra
quel suo corpo già dei cani
che difesero la guerra.
Sto per uscire.
Faccio per girarmi,
quando senza neanche udire
il suo verbo torturarmi,
devo dargli presto il volto
che toccò quel lacrimare.
Sta piangendo, Mussolini.
Senza neri di pupille
che alla storia son lontani,
scende il rigo che scintilla
sulle vite di italiani
che obbedienti o solo automi
lo seguirono all'inferno,
pregustandosi dei doni
senza cuore di sperarlo.
Se non fossi ancora uomo
a quest'ora avrei già unito
il mio corpo e la mia mano
a quel vecchio torturato.
Ma non posso già abbracciare
chi condusse la sua vita
con ferocia di sperare
quell'impero disgraziato.
“Il perdono non l'ho trovi,
Parodia dei nostri avi!”
E gli diedi il mio saluto...
ma una lacrima mi scese,
e rimase dentro il mito.
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