I dipinti invisibili
Giorgia Spurio
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-Che importava se ero disegnata-
L’importante era che non avessero
fatto esplodere bombe sulla mia casa.
-Che importava se ero un’ombra
tra linee e crepe di un muro-
L’importante era che quelle fondamenta,
ancora, oltre i battibecchi e le urla,
i dispiaceri e le vanità,
potessero reggersi, ancora,
sui suoi di cemento piedi.
Che vacillassero i raggi del sole,
oramai anche il cielo ne era consapevole,
sospirando e socchiudendo le persiane.
Che anche le nubi in forma di cirri
cristallizzati sul blu di una foto
di seppia e anni ’70,
sapessero di non poter più chiamare,
perché oltre la poca luce, era poco anche il fiato.
-Che importava,
ero un disegno, piccolo,
di bimba minuscola,
un’ombra impercettibile,
che per solitudine, o per paura,
non poteva permettersi nemmeno di piangere-
Chissà perché i ragazzi
-Writer, così li chiamano-
ebbero di punto in bianco
strana un’idea,
-eppure ero convinta
di non aver pianto,
né disturbato-.
Mi regalarono un amico,
dagli occhi grandi di un bimbo,
dal corpo enorme di un gigante
troppo buono,
troppo timido,
che di premura aveva già lo sguardo,
e un’altalena dove poter dondolarmi
al suo dito.
E rimaneva lì,
disegnato anche lui,
curvo, pur di vedere il mio bianco sorriso
invisibile all’umano.
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Giorgia Spurio
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