I timpani dell'Orchestra
Giorgia Spurio
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Tamburi, come di cornamuse
e di sangue,
vibrano come di polso
alla pressione del sodalizio.
Volti che di bianco
hanno diversi, lontani, se non passati
ispanici i versi, di libri dimenticati,
tra polvere che riveste scaffali
e lì si sposta,
-sposa-,
come di quel velo
che avevano i vergini al peplo
davanti al tempio,
quando sacrificio
diventava ammenda alla penitenza.
E suonano,
-sentili-
Scorticano, mormorano, tolgono la pelle
anche alla luna.
-Dio, ascoltali-
Hanno come la cera
che sciolta spegne la candela,
quel fuoco che accese Atene,
e si mescolò come di cicuta
tra statue che non potevano muovere
né gambe
né soldati.
Muscoli che solcano le emozioni nelle vene
come le navi lungo il canale che è di Suez.
E si squarta, come di torace,
e riversa la pulsazione
del cuore viola in mano
come cavaliere ubriaco e stanco,
tra gli scheletri delle giovani locandiere.
-Dio, piangi-
Hanno come la corsa dei crini,
e di animali impazziti,
perché lo zoo degli umani
non può più avere sbarre.
-Dio, per favore,
vibra anche tu nell’aria
insieme alla tempesta
e di questa la sua solenne freddezza,
perché essa è anche orrida, -dolce e macabra-
così come di meraviglia
è musica che spalanca
dalle terrazze dell’Alto
la sua potente Orchestra.
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Giorgia Spurio
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