Tu, dea genuflessa
Grazia Longo
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Tu, che nuda,
vesti il prorompente corpo,
che trabocca oltre i tuoi desideri
e oltre le molli coltri,
per incontrar la cupidigia
di chi brama sol il suo piacere.
Tu, che ti vesti di chiffon e di seta,
e veli la tua anima negli occhi chiusi
e poi ancora di più la celi
quando ti spogli al buio
ove la mano adunca ghermisce
dall’ombra le tue voglie
e ti sporca di desiderio,
la pelle e il cuore.
Tu, che parli senza dire,
che ti muovi per servire,
bambola inerte,
svilita e svilente,
che schiudi labbra tumefatte
per succhiare sogni d’altri
e t’illumini di luce rifratta
se trovi il tuo padrone
tra quelli con petto gonfio,
giammai d’amore!
Ma di tracotanza e di rancore.
Ah! Potere senza frontiere,
il gonfio portafoglio ingombro
di denaro d’altri!
Il tuo destino era altro e altrove!
Ma l’hai perduto al bivio,
tra una pozzanghera e un bidone,
immersa nell’olezzo ammorbante
del tuo profumo d’autore
a coprir i velenosi miasmi
della tua stessa putrefazione.
Tu, dea genuflessa e altera,
che hai perso ogni valore.
Tu, oscillante icona,
fluttuante ed irreale,
sul tuo tacco a spillo,
così alto, così appuntito,
che ti si è infilato tutto
in fondo al ... cuore.
e l'ha trafitto.
Senza amore.
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