Lumiere
Giorgia Spurio
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Fiori che sabbia sboccia
come che dalle strade,
o dalle vie, cieche in periferia,
possa sfiorare del mare l’idea
che porti dei torrenti il nutrimento
assieme a silenzi di pesco.
Lune che i caleidoscopici occhi
assaporino di pigmenti
lo studio di tutti gli universi,
di tutti i graffiti
dell’uomo e delle sue mani.
Il suono che avevano i pascoli
e della vertebra la vibrazione
di poter cadere o svenire
dopo la prima delusione.
E ancora credere,
che –mio- fratello
non possa mai farmi del male,
prendermi per mano
e accompagnarmi,
al di là delle sembianze d’ombre,
al di là dei cuccioli di leone,
al di là delle false statue.
Al di là delle nostre neonate parole
ancora troppo preistoriche,
troppo... –sai, papà, come si potevano chiamare?-
australopiteche.
E potevano all’improvviso innamorarsi,
quando il tutto poteva diventare Credo,
e le leggende prendevano vita
tra fiumi di vento
e chiome rosse dello zefiro,
e tra le onde di sale, copte
le cantilene che portavano
sulle spalle le lumiere,
le donne che ignoravano di poter essere dèe.
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