I rami della luce
Giorgia Spurio
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Come curve che le coperte
morbide di spine setose
ricoprono, come le punte aguzze
dei venti gelidi che a maggio
vogliono dal terreno far gemere l’inverno.
Come i fili che i ragni
tessono e veli di sposa
ricoprono le città
e si posano docilmente
sulla cieca gente,
che singhiozza come il tacito belato
delle insicurezze.
E cado.
Giù come campana rotta.
Precipita
giù dal campanile delle utopie
e rintocca in ultimo
come ferro battuto sul marmo.
E le risa per la piazza,
e i riflessi degli aperitivi
tra vetri e bicchieri,
e le estati che urlano dalle chiese,
e le esplosioni di mani e machete,
di picconi e smarrimenti...
È un vortice che i tornado
non più nemmeno avvertono
il loro arrivo al mondo.
È un parto
che più nemmeno il bimbo
ridona il pianto.
Eppure -perché mi guardi così-
dal verde di un occhio che brilla,
perché tu bimbo che non ha voluto piangere,
prenderai il mio anulare stretto
tra pollici troppo piccoli
per aprirmi universi troppo grandi.
Perché mi stenderò –nuda come madre
dal seno rigoglioso del suo latte-
e conterò le tue ciglia
e conterò le nuvole delle tue pupille
e conterò le ali di sabbia,
e tra i ghirigori delle tue vocali
dal sapore bianco del mare
saprò riposarmi,
come pianta di foglie orgogliosa
alla luce che ha tra i rami
il sole e i suoi di rame i raggi.
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Giorgia Spurio
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