Dove emigrano le cicogne
Giorgia Spurio
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Come di tigre, i denti
che orbitano nelle pupille.
Come di usignoli, le parole
che hanno paura di suonare
oltre le labbra interdette.
-Mi prendi la mano.-
Perché ho paura dell’argento
che indossi.
Perché temo le vocali
che suscitano ai tuoi capelli le mie dita.
-Mi prendi per mano.-
Come di mari
che gli alcioni affogano.
E tornano
metamorfosi di delfini
come angeli.
-Perché tu credi negli angeli?-
-No.-
Mordo lingua al sussulto,
mordo estasi al sussurro,
bugia che ha sapore di verità non detta,
pronunciata in silenzio
come sanzione di una bruciatura,
ed è così che la terra
ridona arida l’erba,
dove nuvola non fa cadere pioggia.
Pietra che si plasma
alla creta
come i respiri all’aria,
come la luna d’oriente
sulla schiena del sultano.
Ed è moto
che riprende animo
dalle boccate d’ossigeno
come dopo i tuffi, e riemergere
dalle viscere che sotterrano le acque
tra sale e mante,
ed è incanto
come fari di luci
ed io gatto – miagolo –
e li fisso.
Volpe che atterra i frutti,
e fiabe di un Esopo
dove l’agnello ulula
al soldato.
Così è, come il piccolo pescatore,
il pensiero nel ripostiglio
imbrigliato alla rete
come ciprea alla mente,
sull’estate delle scuole passate,
al molo, è lì fermo, come statua
che saluta la bandiera,
dove la brezza
racconta di storie,
più lontane del Sud
dove emigrano le cicogne.
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L'autore
Giorgia Spurio
Commenti (1)
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Azar Rudif16 giugno 2013
Non semplice nella lettura e la risposta non è nell'unico verso in forma di domanda. Un senso di timori e di paure non in qualcosa che dovrebbe essere, ma la pura che questo qualcosa non sia come dovrebbe essere. Anche l'uso della cicogna è ambiguo come simbolo di qualcosa che può appartenere al male (in alcune concezioni) o come simbolo dell'amore filiale (in altre). Versi che lasciano in sospeso tra l'attesa e la speranza, la paura e il desiderio.

