Numero 22
Lunabionda Valentina Di Caro
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NUMERO 22
Non parlo più, da tempo. Stanca di sentirmi triturare le mie stesse bestemmie.
Stanotte ho contato i quadretti del mio pigiama. 1379.
Non arriva mai la morte quando dovrebbe, ma rompe le palle, come il russare della vicina.
E' solo una facchina, come tante altre.
Mi hanno portato via anche l'orologio. ' Non serve', dicono.
Forse. Ma qui dentro se non fosse per la luna che si spezza una volta a destra e una sinistra, potrei vivere bendata, che sarebbe uguale.
Oggi è giorno di colloquio. Mi copriranno il capo con la scodella,
quella con i fili.
Se mai potessi, volentieri ricorderei il viso di mia figlia.
Altro non so, altro non sono stata. Una madre qualunque
di una figlia speciale.
Se almeno fossi al fronte, potrei sperare che la radio un giorno
annunci la fine della guerra. Bang bang! Morti tutti! Gli indiani, gli americani, gli italiani ani ani!
Ma qui si muore anche senza spargersi in sangue e non nasce mai nessuno.
Agli uomini hanno riservato il piano superiore, quello coi bagni piccoli, per avere meno piastrelle da pulire.
Noi dormiamo vicino al refettorio, ma mangiamo nelle nostre stanze. Troppo rischioso il contatto. Gli uomini hanno una forma di pazzia più violenta, mi pare.
Non starò qui a lungo. Basta dimostrare loro che mi lavo, che mangio a orario e che non svuoto il secchio con le mie feci nel canale.
La poesia no, non devo nominarla.
I voli sono sintomo di ebbrezza e le parole sarebbero scarnificate per riempire di significati intrinseci i miei fascicoli.
Sono la numero 22 e tutto va bene.
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Commenti (1)
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Francesco Rossi13 luglio 2013
Poetica di livello, il disagio visto da una prospettiva orrizzontale, una guerra continua che non finisce, nemmeno quei fili sulla trsta sembrano scuotere la poetessa da questa sua impressione fissata in versi e aperta alla percezione del lettore.

