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Donne 13 luglio 2013 · lettura 11 min · 2966 letture

Maria Antonietta. Una Regina. Una Prigioniera

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Eran le nove d’un gelido vespero. Il ciel d’estate anneravasi e lento e fresco e folle lagnavasi ‘l vento, e l’orizzonte allor s’annerì; ed i vicini e torbidi nuvoli gli aspri vapori nel ciel condensavano e fiochi tòni a volte gridavano e l’afa estiva veloce svanì, e in sulla Notte che lenta arrivava, tra’l serotino rossore del cielo e tra l’oscuro de’ nugoli velo più d’una folgore si lampeggiò... E l’aër parve ch’andasse di ghiaccio, ed i suoi atòmi sembravan calotte, ed aure inquiete sorgevano a frotte, e più d’un attimo un nembo tonò, ed ogni nube giaceva sì carca di piogge e grandine che tenebrosa parea, e gridava muggente e furiosa e l’acque infauste n’andava a versar, e tergea gelida tutta Parigi, le piazze e i viali, e l’irte campagne, ed era un pugno scrosciante di lagne e l’alta Senna volava ad alzar. Baldi e al riparo in sotto alle tettoje stavan tra’i dadi, e i giuochi e i tamburi gli aspri gendarmi che presso de’ muri si bivaccavano presi in delir, ed osservavano i tersi passanti, le dame fradice, e i carri inondati, ed i vestiti strizzanti e bagnati delle fanciulle; e in preda a desir crudi ischerzavano bevendo ‘l vino, brindavan lieti, e gli orli de’ nappi si straripavano in su’i bei tappi che maschie mani da’ vetri strappâr. Molte le ronde giravan tra’ effluvi, negri speroni battevan le pozze e le lor vesti - che stavano sozze di polve ardente -, allor si lavâr, e gli uffiziali tiravano ‘l cane delle pistole che giaceano asciutte, al ciel spararono e l’arme e tutte - benché bagnate - sapevan colpir. Frattanto ‘l cielo pareva un graffito: grigio di grandine, e oscuro di Notte, e ner di lividi, e nero di botte mugghiava cupo; e vêr l’avvenir della tempesta e i soffi e le raffiche librò del vento e d’in sulle strade alzava i ciottoli, e i fieni e le biade e i tronchi petali de’i smorti fior... Tra’i bei palagi, in su’i solchi de’ viali, spesso passavano de’ carrettieri, de’ contadini e de’i cavalieri, ed eran fradici e senza tepor, e sen tornavano vêr le campagne, molti co’i carri ricolmi di grano, altri a cavallo con nerbo alla mano, alcuni a piedi tirandosi i buoi, e s’intridevano d’acque sì gelide, e in sotto ai tòni le bestie tremavano, ed i destrieri allor si fermavano, e i lor padroni sferzavanli; e poi le truci folgori e triste gridarono, e i nembi oscuri sembravano in guerra: colà un cannone scagliava alla terra, sparava ardito l’intèr battaglion, e le piovane e freddissime piogge facean de’ scrosci di spade e di duelli, e i tòn sonavano gl’inni più belli, somme e guerresche e fischianti canzon. Or quelle ronde che infami passavano vollero accendere l’alte lanterne, e se n’andavano triste ed alterne gli ascosi vicoli tosto a scrutar, e allor udivano l’urla ed i chiassi e i giuochi e brindisi dalle locande, e spesso ‘l murmure era sì grande che i lor speroni parea soffocar... ed osservavano dalle finestre delle taverne le sale, e ‘l nefando giuoco d’azzardo, e ‘l calice blando pien di venefici ed empi liquor: gli osti giravano, riempivano i nappi, al foco stava la giovine ostessa, e in sulle braci sen stava ben lessa dell’alba carne dappresso l’ardor, e in su’i gran tavoli stavan de’ ceffi bruti e affamati... e rudi e volgari, altri gettavano un mar di danari alle sgualdrine discinte in sul sen, e si beveva, mangiavano in molti, e si cantavano brute canzoni, e si giuocava tra un stuol di bëòni, ed i liquori parevan velen. Frattanto ai turbini sen stavan crudi i granatieri dappresso la piazza ove la nobile gemeva razza stretta nel cor dell’empie Tuileries, laddove un giorno la furia del popolo coll’arme in mano volava all’assalto, era un agosto, e cadde lo spalto, e de’ Capeti la stirpe finì. Chiuse restavano l’orride porte, gli aurei cancelli sen stavan sprangati, e i finestrelli dagli orli dorati erano e stretti... e più non s’aprîr; ed i manipoli attenti movevansi sotto le piogge coll’arme alle spalle, e i cavalieri portavano in stalle i palafreni che tanto nitrîr... ed i gendarmi n’andavano avanti, e poscia indietro, e molti fischiavano, ed altri ancora contenti parlavano di frivolezze, e ridevano allor, e divertivansi a batter i ciottoli cogli speroni molesti all’udito, e così andavano all’infinito, senza contegno... e senza sopor. Stretta in squallore, in sul Tempio del spalto, mesta giaceva la giovin regina, e parea vecchia, non più la bambina che non sapendo le genti insultò, ed era insonne, e bianca e impaurita, sedea su un ceppo d’oscuro castagno, e la cingevano trame di ragno... Ahi quante pene costei sopportò! D’alta statura di sangue germanico, il crin castano mostrava invecchiato, lì delle ciocche di biondo malato, là de’i capelli di grigio malor, e l’auree gemme e le trecce e i bei riccioli più non sen stavano sulla sua chioma, quest’era infatti lisciata e l’aroma più non donava di spezie e d’odor, e in sulla fronte giacevan le grinze d’un duol eterno, di lungo timore, ed il suo ciglio grondava dolore, era rigonfio d’un pianto ferin; ed il suo volto mostravasi secco, e l’albe guance tremavano scarne, e la vecchiezza involavasi a sfarne l’antico fascino sì femminin... e ‘l labbro tremulo e inquieto movevasi, ed all’orecchie non stavan più perle, ed in sul collo l’impronte di sberle - e al lieve mento - piangevan crudel... e le sue vesti di mussola povera eran discinte... e prive di sfarzo, e le indossava fors’anche da marzo e le tergeva coll’acque del ciel. Le man tremavano, mostravan lividi d’empie percosse antiche e vicine; ed era donna in sul far della fine, e fu regina di Francia e beltà... e or non chiedeva né lusso né gemme, e non voleva nessuna modista, nessun lettore, né scrisse una lista, sol implorava la santa pietà, e piangea tanto con aspri rimorsi e co’i singhiozzi ed in sul suo diadema, e rispondevale sol l’anatèma del popol bruto che la imprigionò... Ed ai suoi piedi, riposte in disordine, giacean le veglie parrucche sontuose, ed eran sozze, fors’anche corrose, e poche volte ancor le indossò. Giacea all’oscuro, e mentre di fuori v’erano i fulmini della tempesta, una candela soltanto e molesta l’ombre del Tempio a stenti colpì, e presso un andito stavan tre donne, misere serve, e cucivano a stento ché non vedevano se non il vento che la finestra più volte ferì; e i tòn battevano l’ore funeste qual fossêr pendoli vani e illusori, e da una brace salivan gli odori - da un pio tegame - d’un squallido tè... e vêr un letto giacevan de’ cesti pien di lenzuoli e d’altri vestiti, e in sulla culla, ahimè, malnutriti stavano i bimbi dell’ultimo re. Or una serva s’alzava d’un colpo e al caminetto volgevasi ligia, ma la regina invecchiata e sì grigia s’alzò e profferse: «Quietatevi, ‘l vò!», e la domestica lieta ubbidivale, ed Antonietta n’andava al tegame, prese una tazza di negro legname e la bevanda allor vi versò; ed andò poscia al letto de’i figli, li guardò mesta e chiedeva ‘l perdono - non li lasciava giammai in abbandono - ed il Delfino destò dal sopor. Questi era un bimbo di più di sett’anni, e da due mesi giaceva in malore, e possedeva soltanto l’Amore dell’alta madre... soltanto ‘l suo cor, ed ogni istante, e di giorno e di notte, febbricitante sudava e tossiva, ed il suo farmaco fu la corriva possa dell’erbe raccolte dal suol, e Robespierre fingeva d’ignorarlo, anzi diceva che fu avvelenato dalla regina istessa e dannato ad una morte ricolma di duol. Eppur fûr l’acque grondanti da’i tetti e lo squallore l’inique cagioni del suo malanno, e l’empie ragioni di lui che i farmaci sempre negò; ed or la madre del tè gli imboccava ed ei sorrise... fu un fior d’innocenza ed era vittima d’una Sapienza che ormai dovunque in Francia infuriò... e mentre in spasimi bevea l’infuso, tossìa gemendo e sudante alla fronte, e questo bimbo purtroppo mill’onte privo di colpe da furie subì... e la regina, reggendogli ‘l nappo, l’accarezzava tra l’orride Erinni, e tra le folgori sentiva gl’inni d’un Ciel pietoso che dolce s’aprì. Pur l’altro pargolo ansio svegliavasi, ed ei posava lo sguardo al fratello, ed a lui dava ‘l lenzuolo e ‘l mantello che lo coprivan dall’ugola ai piè, e poscia ‘l viso volgeva alla madre, e disse: «Mamma! Ho tanta paüra!», ed Antonietta con dolce premura d’un caldo abbraccio lo strinse e gli diè un bacio in fronte, e gli disse: «Sta’ calmo!», ed abbracciandolo, piangea cotanto che ‘l bimbo chiesele con detto affranto: «Mamma, tu piangi?»; ed ella ‘l baciò, ed il fratello tossendo avvinghiava le braccia al collo... al guardo materno, e fuor il nembo un gelo da inverno colla tempesta ancor propagò. «Sì, piango... io lagrimo!» sclamò la donna, ed i suoi figli la strinsero al core, e s’aggirava un perpetuo dolore, e pur le serve volean lagrimar. «Mamma, ‘sta sera non riesco a dormire. Il tòn m’opprime» le disse ‘l più sano, e ‘l primogenito con destra mano la miser madre sen stava a sfiorar; ed ei temeva dell’ombre funeste il ner rigore, credeva ai fantasmi, e tra le pene, la tosse e gli spasmi temea lo spettro del spento papà... e la regina prendevali in braccio, e si sedeva su un seggio di legno, dietro alla nuca - sul mur - stava un segno d’un ciel stellato dipinto a metà, e la candela flettea la mobilia la cui gran ombra pingeva un serpente: il dente andava crudele e possente a ispaventare que’ mesti figliuol, ed era un drago, una bestia infernale, crudo e beffardo pareva ‘l suo ghigno, e poi lagnavasi formido e arcigno, negro di Notte in sul far del suo vol. «Mamma! Ho paüra!» sclamava vedendolo il più piccino che udiva la pioggia; e dal soffitto cadeva una roggia d’acque sì gelide sopra costor... ed ei le chiese in viso guardandola: «Mamma, un favor: raccontaci una favola!», ed Antonietta qual vecchia bisavola lor raccontava un’istoria d’Amor.
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Composizione tratta e decontestualizzata da un mio Poema sulla Rivoluzione Francese.

L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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