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Fiabe 20 luglio 2013 · lettura 12 min · 1948 letture

La Ballata della Regina

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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«V’era una giovine arciduchessa, bell’era e bionda; e un’austra regina ne fu la madre. La pia fanciullina un giovin musico un giorno incontrò. Ei volse al cembalo, poi si sedette, lei mirò estatico ‘l suo occhio d’Amor, poscia sognandola avorio premette, e un minuëtto battevagli ‘l cor. La principessa sentivalo in estasi, e de’ sorrisi volgevagli incauta. Anco la corte sì splendida e lauta parea sedotta da lui che sonò. V’era una docile fiamma nel seno della fanciulla che stette cinqu’ore dianzi al concerto, e subito Amore casto ed arcano e gentile parlò. E ‘l musicista, sonando a memoria, spesso volgevale torridi spir. Perfin i palpiti della sua ustoria ed ansia arteria co’ soni s’udîr. Morì ‘l concerto, ed i plausi s’alzavano, ed ei tra inchini costei salutava, e colle palpebre forse baciava il labbro; e l’iride lieta l’amò. V’era una debile voce d’arcano che alla donzella profferse d’alzarsi, ed ella alzandosi co’ crini sparsi vêr il prodigio radiosa n’andò. Il giovinetto la prese alla mano, e le baciava l’asburgico anel. Ella l’alzava e al labbro un profano gli schioccò un bacio, sapore di Ciel. Niun de’i presenti gridava un diniego, l’alta regina plaudiva coinvolta, ed il bel musico la chioma folta cingea d’un core che allor ricambiò. V’era tal gaudio, restò per un mese, ed i due giovini gl’ischerzi e i giuochi condividevano tra caldi fochi, e ‘l lor imene l’Impero giurò. Per man tenevansi presso la corte, tra’i mirti e i gelsi de’ dolci giardin, battean le scale di marmo e le porte con una corsa, co’ un solo cammin... ed ei parlava di docile musica, ella ascoltava, fiatava di moda, e poscia insieme dicevan: «Che goda l’Amor supremo che ci incatenò!». V’eran de’ platani presso ‘l verone, ed ei scalavali nel cor di Notte, e la sua dama copriva di frotte di molli baci che ‘l labbro infuriò... ed ei sen stava col sciolto farsetto, ella discinta l’impronta del sen mostrava lieta... e un casto diletto spesso abbracciavali come un balen. Ogni meriggio giravano insieme pe’i fitti boschi, pe’i splendidi parchi, man alla mano... ed erano carchi d’una passione che mai si trovò. V’era, ahimè, altrove un giovine principe che non aveva ancora una sposa. Il regal padre con lettera ascosa l’arciduchessa ai suoi domandò. L’austra regina accettava spergiura, ed alla figlia svelava l’arcano. Ella gemeva: «Sventura! Sventura!» ché non voleva sposare un sovrano. Ma la sua madre le impose lo scorno, e ella ‘l silenzio al musico infranse, quando lo vide di sera ben pianse e l’empia offesa soffrente svelò. V’era nel giovine un cumulo d’ira. Disse: «Fuggiamo!» ed ella approvava, ma un stuol di servi costoro fermava ed ai due amanti la corte gridò. Del sommo musico l’orrido padre prese ‘l figliuolo e tosto fuggì, e della misera l’avida madre cruda e furiosa e bruta impazzì. Chiamò i stallieri nel cor della Notte, volle una candida ed alta carrozza, colla sua dote - dell’oro una pozza - la mesta figlia sur d’essa recò. V’eran le lagrime sovra le palpebre della fanciulla che insonne viaggiava. Verso la Luna gemente lagnava la sorte orribile che la centrò. Viaggiò per giorni. Voleva fuggire. Ma l’aspre porte sprangâr i cocchier. Voleva gridare. Bramava morire. Mirava ghiotta i vicini sentier. Frattanto ‘l musico stava in castigo, chiuso in sua camera l’egro pianforte sonava mesto col cor vêr la Morte, e la sonata... a lei dedicò. V’era alla corte del principe infausto desio di guerra da far all’Impero. Giunse la dama cui un uomo sincero svelò ‘l segreto che all’Austria tonò. Or per salvare la Patria funesta l’arciduchessa lo sposo accettava, e tra’i confetti, la danza e la festa il giovin prence fingendo sposava. Tant’era in doglie che mai più non crebbe, fors’anche insana si chiuse in sul fasto, pensò alla moda, all’oro e ‘l nefasto suddito popolo sempre ignorò. V’era in sul trono d’un volgo istraniero una fanciulla impazzita d’Amore. Ebbe de’ figli... Doleva ‘l suo core, e ella bambina qual essi restò. L’empio marito - sovran d’un’oppressa turba - sprezzava nel fiel d’un segreto. Sdegnava ‘l popolo, odiava se istessa, e ‘l suo palagio sembravale inquieto. Lungi frattanto del giovine musico l’egra salute si prese un malanno; ed ei sì povero e preso d’affanno colmo di debiti giovin spirò. V’era al castello un prode Svedese, Hans si chiamava, piacevagli ‘l ballo. Tra un stuol di maschere e pinta di giallo l’austra fanciulla costui adocchiò. «Siete la somma!» le disse galante. Ella si tolse la larva e ridè. «M’avete colto!» sclamava; e l’amante allora dissele: «Vi cado ai piè!». Ancor più volte costor s’incontrarono, e tra le musiche, le laute feste - sotto le volte di pietre funeste - più d’un abbraccio da loro schioccò. V’era un solenne salòn da teätro, e lì i due amanti de’ gran melodrammi lieti ascoltavano, e i lor diaframmi ebbêr un spiro che un solo sembrò. Alla fanciulla un sogno d’Amore giunse novello... e fu lusinghier. Lungi dal rege posava in sul core del giovin prode che volle braccier. Eppur un vespro sen stavano uniti ed imprudenti dappresso i giardini. Li scorse un servo che questi meschini al re grandissimo poi denunciò. V’eran de’ boschi vicin al palagio, qui lo Svedese n’andava a cacciare. Era una sera del verno in sul fare, Hans alla caccia per ore restò. Pur annottava... Miei figli, non posso!» sclamò fermandosi la madre loro, ed un de’i bimbi sclamava: «L’adoro! Mamma, continua la fiaba a narrar!», ed ella stette col pianto celato in sulle palpebre roride ed unte, e le pupille parevano munte, ed iniziavano... a lagrimar, e disse poscia: «De’ boschi sen stavano - già ve lo dissi - dappresso l’ostello. Hans sotto ‘l cielo d’un vespero bello, presso la Notte, per ore cacciò. Era a cavallo, seguiva una lepre. Questa fuggivagli. Un cervo si scorse. Premea col trotto d’un pioppo la vepre, l’aspro mastino la vittima morse. Pe’i ciel sonavano i corni da caccia, le foglie secche cadevan da’i rami... smorte vibravano all’eco e ai richiami e ‘l Sole pallido allor tramontò. V’eran presagi di pena e di Morte, i bei moschetti sparavano ai cervi. Questi innocenti contrassero i nervi, del can il dente nel cor li squarciò. Frattanto i servi strappavan le pelli dalle carcasse dappresso i fucil; ed i cerbiatti fuggivano snelli, e ‘l fiero cane tornava al canil. Sonava ‘l corno dal ventre dell’Ecate, ed i suoi gridi facevansi cupi, e nell’oscuro tra’i frassini i lupi la fioca Luna dal sonno destò. V’eran le tedi che a poco s’alzavano a illuminare la Notte invernale, e tra l’oscuro una larva infernale d’un reo sicario l’acciaro affilò. Pegli orizzonti gridavano i corni, parve che tristi dicessero: «Muoja!». D’aspri sepolcri sen stavano adorni, e nascondevano l’ombra del boja. Hans cavalcava tranquillo e contento, quando de’ ceffi funesti gli dissero: «Ite all’Inferno!»... e poscia ‘l trafissero col gran pugnale che s’insanguinò. V’eran de’ servi che tosto pensarono che l’opra fosse d’un’aspra masnada, un tra costoro raccolse una spada ed al castello veloce tornò. Era pallente, gridava e sudava, ed esclamava: «Vi son de’ banditi!». Ma ‘l sommo rege d’un tratto incontrava, e questi dissegli: «Sono fuggiti!». Allor si seppe che ‘l prode Svedese presso la caccia da ignoti fu ucciso, e la regina pallente in sul viso l’intera Notte a piagner passò»... Ed Antonietta narrando tremava, ed ai figliuoli la fiaba piaceva, ed ella in core soffrente gemeva e mesta e pallida allor starnutì. «Mamma, continua!» tossendo le disse il primogenito: «Dicci che avvenne!», e la regina lo strazio trattenne, e continuava dicendo così. «V’era nel rege un profondo silenzio, ei alla sposa non dava un conforto, e quei di Svezia purtroppo era morto, e la fanciulla mai più confortò. Ella impazziva, e restava infantile, e le giornate passava ai giardin. Quivi parlava di moda al gentile soffio del vento che urlava meschin. Gli anni passarono, ed una duchessa alle fontane un giorno incontrava. Quest’era bella ed a lei s’inchinava e poscia un attimo si presentò. V’era bellezza, dolcissimo fascino in quest’incognita donna regale. Fuggìa da un uomo crudele e brutale che per iscandoli la ripudiò. Or era povera, sola e sprezzata ed al palagio bramava campar. La fama fecela diseredata, e non sapeva che dire e che far. Lo sposo odiava sicché ‘l maledisse, stava irrequieta in su’ crudi pensieri, ed or i Cieli parevan forieri di quella Pace che ormai la lasciò. V’era una misera mesta ed affranta presso la somma regina soffrente. Era ‘l suo guardo maliardo e lucente, il suo bel labbro tremando parlò. Alla regina narrava ‘l suo Fato, e poi le disse: «Mi chiamo Gabrielle», e le profferse dell’empio suo amato, giurò seguirla in vita e in avel. Furono amiche. Passarono i mesi. L’austra fanciulla le diede de’ doni. Ma in pieno luglio gli svizzeri sproni l’irato popolo bruto annientò. V’eran progetti di subita fuga, e la duchessa coll’oro fuggiva ed anco ricca n’andava giuliva, e la sua amica mai più rimembrò. Vil traditrice! L’infame dissolse, e la regina soletta lasciò, lasciò la donna alla qual si rivolse. Eppur quest’ultima la perdonò. Frattanto ‘l popolo bruto infuriava, e ‘l sommo rege dal trono sospese, ed un Demòne la Patria si prese, e ‘l clero e i nobili pur condannò». Frattanto i bimbi prendevano sonno, ed Antonietta gemente si tacque, e d’in su’i tetti s’udivano l’acque della tempesta ch’ancora infierì; e tra sospiri di molle innocenza, e tra la tosse, e tra’i tanti sbadigli s’addormentarono tutt’e due i figli, ma del Delfino la bocca tossì... e la lor madre guardavali muta, li contemplava, baciòlli alle guance, e poscia udiva le rigide lance de’i cavalieri che fuori trottâr, e inquieta e fragile, con lieve voce, con guardo assente nel nulla del Tempio, stanca membrandosi l’ultimo scempio la trista fiaba andò ad ultimar. «V’eran de’ giudici fieri ed iniqui che la fanciulla privâr del marito. Questi evadeva. Ma tosto ‘l fuggito l’infame guardia per fato fermò. Dappresso ‘l verno gli dieder la Morte, d’in sul patibolo cadeva ‘l re. Molti gridavano contra la corte: «Vostri siam vindici, Jacques de Molay»; e la regina fu chiusa in sul carcere, ed i suoi figli fûr dati al squallore. L’arciduchessa - impazzita d’Amore - vile tiranna l’istranio chiamò. Sognando ‘l musico, sposo in su’i nuvoli, passava l’ore tra ‘l pianto e ‘l tormento, ed ascoltata soltanto dal vento, una preghiera in sul Cielo gridò. Prendea un ritratto dell’uomo che amò, lo strinse al core che poi l’invocò, e lamentando l’infame Destin, disse soffrendo: «Ich war Königin!»; ed aspettava l’estremo supplizio, la morte iniqua del figlio malato, di ricongiungersi al musico amato colma d’affanni l’istante aspettò». Detta la fiaba la donna s’alzava, teneva in braccio i figli dormienti, e camminando con passi sì lenti in sul pio letto posavali ancor, e si toglieva le calze da’i piedi, e con costoro gemente si stese, con un abbraccio entrambi li prese e li cullava in sul far del sopor.
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Versione romanzata e leggendaria degli Amori di Maria Antonietta d'Asburgo (allusioni a Mozart, von Fersen, Pollastron de Polignac). Ballata tratta da un mio Poema.

L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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