"Cu fu? "
Era napoletano e per vent’anni
in terra siciliana lavorato
aveva; lì era a nozze convolato,
e infine con la moglie ritornato
a Napoli, nei suoi maturi anni.
Per vezzo, per capriccio o per amore
continuava sovente a adoperare
la sicula parlata, l’insulare
idioma in modo un poco personale,
e godeva di ciò con tutto il cuore.
Quando un vociare nell’appartamento
accanto al suo sentì, molto animato,
lui si mostrò un po’ troppo interessato
a conoscere quello ch’era stato,
e s’affacciò al balcone in un momento.
"Cu fu? " fu la domanda impertinente
che, quando fu ascoltata dal vicino,
non ebbe un trattamento molto fino,
non fu compresa certamente fino
in fondo, forse non lo fu per niente.
"Cafone a me, villano, ardisci dire",
fu la risposta aspra, assai sdegnata,
"tu che l’Africa avevi alla portata
di mano, in quella terra sì arretrata,
dove la civiltà sa sol morire? "
©
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L'autore
Antonio Terracciano
Sono un ex insegnante di scuola media (di francese) , e vivo nella cittadina in cui sono nato (a quindici chilometri a nord-est di Napoli) . Da giovane scrissi un centinaio di poesie (quasi tutte adesso da buttare) in versi liberi (e qualcuna anche quasi ermetica) , ma poi, dopo un letargo poetico durato più di trent'
La bacheca della poesia
Le sensazioni lasciate dai lettori.
ahahahah... quanta verità in questi versi... (Rasimaco)
Commenti (1)
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s
sergio garbellini22 agosto 2013
Una divertentissima scenetta classica in un ambiente dialettale che invita ad equivoci, versi che raccontano di un personaggio emigrato più a sud della sua Napoli, e in conflitto con l'esuberanza dei dialetti. Una lirica scacciapensieri molto ben scritta con particolari che ne accentuano il contenuto, condivisa.