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Dialettali 13 settembre 2013 · lettura 3 min · 1725 letture

Pe’ filo e pe' segno

Enrico Taddei 20 poesie pubblicate
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Ria’ersi, anti’hi gesti, pe’ la forma anti’a sceglieresti i’-rritorno, fin’ a codesto niente scorda sì distacca’o, assorvere i’-vvento: ‘un resiste, distrugge pian piano, contro viottole inna’e vorta... La ‘oglia avéza, pe’ la testa ricuci’a, pe’ le ‘ose perdu’e ormai cesserebbe. Busca un’urtimo ritorno durasti già ‘omo, vole’a dianzi tornà’ in tempo; ‘un si pòle rimanè’ più, icché-fferma l’incisione, e fruisce i’ proprio male: gl’è troppo tardi ormai? scroscià’ di precisione, pe’ ridere a i’-vvedessi. La rabbia smorza’a, pe’ la sabbia cadu’a, gl’ha allontana’o di te la bella proiezione. Da Pra’a ‘un ripartiresti, foglie d’a’acia su l’asfarto no’ella ora, la fine manchi, nostargia raccesa di notte, all’urtimo giorno dell’anno, ‘un si muterà più la pelle ma zolla, imparà’ a memoria da’ l’aìre alla ‘un ri’ordanza, pe’ la paura e pe’ i’-tterrore si trasforma, di s’ono i’ ri’ordo dura, ippiù di’ ridi’olo abbaglio da lontano un fottio. Pe’ via di- cchè: atavico, ‘un c’è verso pe’ dialetto, bell’e pronto séguita ire, di’ principiare abbozzi, ni- mmèzzo e ni- vvìso sveglere, ‘un turassi su ma le’assi, sgraffigna’o gl’è sul serio ignudarsi d’arcaici arrangiamenti. Pe’ filo e pe’ segno, pe’ la strada sterra’a, rùzzola’ in tragedia: si tira innanzi d’altro. (traduzione) Riaversi, antichi gesti, nella forma antica sceglieresti il ritorno, fin a questo niente scorda così distaccato, assolvere il vento: non resiste, distrugge pian piano, contro posizioni innate volta... La voglia abituata, nella testa ricucita, per le cose perdute ormai cesserebbe. Prendi un ultimo ritorno duravi già uomo, voleva appena tornare in tempo; potere non più rimanere, che ferma l’incisione, e fluisce il proprio male: è troppo tardi ormai? scorrere di precisione, ride al riconoscimento. La rabbia smorzata, nella sabbia caduta, ha allontanato di te la bella proiezione. Da Praga non ripartiresti, foglie d’acacia sull’asfalto fiaba ormai, la fine manchi, solitudini riaccese di notte, all’ultimo giorno dell’anno, cambierà non più la pelle ma vita, imparare a memoria espia l’estrema dimenticanza, per la paura e per il terrore si trasforma, del suono il ricordo dura, tutto del ridicolo abbaglio era più lontano. A causa di questo: atavico, non c’è verso per dialetto, di già pronto continua ad andare, di cominciare abbozzi, nel mezzo e nel viso tirare fuori, non tarparsi ma alzarsi, sgraffignato è davvero un ignudarsi d’arcaici arrangiamenti. Per filo e per segno, per la strada sterrata, rotolare in tragedia: si va avanti con altro.
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L'autore
Enrico Taddei

Enrico Taddei è nato nel 1985, vive a Castelfranco di Sopra (AR). Laureato alla Facoltà di Architettura di Firenze, ha svolto il ruolo di cultore della materia all’interno di essa nei corsi di Progettazione dell’Architettura. Collabora con poesie e racconti su siti internet come clubscrivere.it, alidicarta.it, la-poe

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