L'odalisca delle nereidi
Giorgia Spurio
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Ti attendevo come la terra
che sa che la neve
presto gelida tornerà,
così come la sabbia
non può esistere senza che acqua
dal mare non la sommerga.
Mi sono ferita con le tue cicatrici,
mi sono fatta male, già, caduta e finita
con le tue stesse ferite.
E maledico il vino, e maledico la pioggia,
ma eri come il figlio partorito dalle stagioni,
un semidio distrutto dai padri dell’olimpo,
ed io... non ero che il dipinto di lei.
E strappo le vesti alle ostriche delle coste,
e taglio la rete dove sono svenuta,
non eri che solitudine fatta uomo,
statua del guerriero più acclamato.
Volevi il bacio di lei
-ed io posai labbra, ti baciai-
Volevi il sorriso di lei
-ed io ti sorrisi, ti accarezzai-
Volevi lei
-ed io mi abbandonai-.
Me ne andai all’alba
come il sole
che la spiaggia abbandona,
mi alzai con il sangue alle mani.
Ferite, le tue sulle mie,
cicatrici, le mie alle tue,
baci... che tu amavi, da lei.
E mi maledissi,
metamorfosi di nereide,
e mi fusi al sale degli occhi,
alle sfumature marine
e al dolore,
del parto che il bambino
mi portasti via.
Madre che non aspettava che il figlio,
allucinazione di una luna
nel mezzogiorno delle sveglie città,
ed io,
io ora sono qui,
nereide incastrata nel tuo incubo,
vicina a lui... cullato dalla Terra,
nel tuo castello di rabbia,
così vicina, che potrei sfiorarlo,
così vicina, che potrei perfino spezzarmi,
piangendo come tempesta che rinvigorisce l’oceano,
così vicina a lui... che torno madre al mio bimbo
come mare alla sua sabbia.
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L'autore
Giorgia Spurio
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