Inversione di ruoli

E all’improvviso
il giorno è penetrato nella notte,
scosso da bagliori di tempesta
e da tremendi rombi di tuono...
A piedi nudi,
perché fosse ovattato anche il silenzio,
ho varcato la soglia del non- ritorno,
in bilico estremo
tra me e l’altro me;
senza opporre resistenza,
senza negarmi al declino
avvenuto ancor prima della vetta,
quando già l’occhio si accingeva
a godere di orizzonti senza fine...
Le bianche pareti della mia alcova,
che a volte mi hanno visto
passeggiare nervosamente,
sono diventate di colpo
un deserto sconfinato,
nel quale mi sono perso
senza alcuna sensazione di smarrimento;
sono crollate le mura
ancora imbevute delle mie speranze
e delle mie calde preghiere,
seppellendomi sotto una coltre
di pulviscolo incolore...
E ho avvertito l’impossibile peso
d’una croce di fuoco,
che ha messo a nudo
tutta la mia fragile impotenza...
e mi sono raggomitolato in un angolo,
con i pugni stretti
e le unghie conficcate nella carne
e i gomiti penetrati nei fianchi,
mentre ho sentito le lacrime
arrestarsi sul ciglio...
Piangere...? E perché...?
Quando si invertono i ruoli,
per una condanna che abbraccia la vita
e ti trasforma da genitore a figlio,
è come aprire gli occhi
senza accorgersi se sono chiusi;
è abbozzare un sorriso,
senza sapere se somigli a una smorfia
o a naturale contrazione muscolare;
è un percorrere la strada,
magari senza il ricordo
di come muovere i passi;
un guardarsi allo specchio
e non riconoscersi in ciò che riflette...
Non percepire più il chiarore,
ma solo brandelli luminescenti
che scivolano pian piano oltre il tempo,
al di là delle galassie...
Sentirsi presenti e assenti,
comandanti e guerrieri,
enciclopedici e analfabeti,
una moltitudine e nessuno...
A quando risale
la mia ultima espressione di meraviglia
per lo splendore di un’aurora
o per l’incanto di un tramonto...?
Dove sono finiti i miei sospiri,
le attese, le speranze, i dubbi,
le parvenze di chiarore e le certezze,
tutti gli alti e bassi della vita
che trasformano l’esistenza
in un’altalena dalla lunga corsa...?
E cos’è questo improvviso desiderio
di tornare alla mia casa,
al focolare che scaldava le mie carni,
che rendeva più lieti i miei sospiri,
che rinsaldava e rendeva tenaci gli affetti,
ma che non ricordo ormai dove si trovi
né in quale angolo del mondo
il muratore abbia eretto le sue colonne,
dove abbia spalancato le sue finestre,
con quale chiave abbia chiuso quella porta
che mi sforzo inutilmente di aprire...?
Sono ancora nel mio corpo,
oppure ciò che mi appartiene
è solo una fatua trasparenza,
un incantato gioco di cristalli
che deforma gli oggetti e la luce...?
Dove potrà gridare la mia voce...?
dov’è che ho respirato
la mia ultima aria pulita,
profumata di campagna...?
Rovisto continuamente
tra le pieghe dell’anima,
rivisitando avido il mio universo...
Ma non riesco a mettere a fuoco
né la mia provenienza,
né il mio punto d’arrivo:
il diaframma sfoca le immagini,
come se avesse perso il senso
– infinito, mistico, dolcissimo –
dell’alba e del tramonto...
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L'autore
Benito Patitucci
Benito Patitucci è nato a Lattarico in provincia di Cosenza.Cosentino di adozione, è stato un dinamico imprenditore nel campo della computergrafica, oggi in pensione. Giornalista pubblicista, ha collaborato e collabora a quotidiani e riviste culturali di vario orientamento, dirigendo inoltre un periodico da lui stesso
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