Il plagio
Giorgia Spurio
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E mi guardi con i tuoi occhi di luna,
e la tua barba folta, e incolta,
come nebbia che plagia.
E mi guardi con pietre
come lacrime grandi quanti i sassi
bianchi e grigi, colorati,
come tante gemme
in carte di caramelle.
E il petto ha la vastità delle fronti senza rughe,
delle narici dell’aria che ci ruba la pelle,
mi ruba le radici dai denti,
mi prende il bianco dalle mani,
quel viola e quel freddo
che scongela e che pietrifica,
ancora sale, e ancora statue,
ancora sentenze, e ultime danze.
Ehi, tu, mi guardi con quegli occhi
senza luna, senza nuvola,
senza che io possa baciare
dalla pupilla l’immagine
il pensiero che fluttua,
tra iridi, nervi, e elettriche
le perplessità.
Mi parli in francese...
Pronunci la bocca, le labbra,
e chiudi piano le palpebre.
Hai le sopracciglia folte,
e sei di tanti mosaici,
di cemento e di vetro.
Ho mani bianche, bianche,
ancora più bianche,
sul celeste pallido delle tue tempie,
e ti suonerò l’ultimo violino.
Ho canti, nella testa, senza lingua,
cadono come delle tempeste senza tuoni
i lampi che coronano le luci, sbiadite
e sbavate, come matite, lungo le macchie
sulle gambe, d’inchiostro blu e nero.
Ti addormenti cancellandoti,
il corpo ha l’arancio del sole,
e brucia,
le unghie hanno il gelo delle notti,
e brucia.
Come ghiaccio, che tra le foglie secche
riprende la donna
a camminare, sollevare, con i polpastrelli
sui lineamenti, ad arrampicarsi
sulle linee curve delle montagne,
magma che cola.
E mi guardi con i tuoi occhi di luna,
e la ruga,
sulla piana lentamente che si dissipa,
ed è nebbia che avvolge, incanta... e di nuovo plagia.
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L'autore
Giorgia Spurio
Commenti (1)
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Francesco Rossi20 gennaio 2014
Un modo di essere schiavi attraverso atteggiamenti dipinti con quel colore della nebbia che avvolge e sottrae.

