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Impressioni 30 gennaio 2014 · lettura 5 min · 1661 letture

Immagini borgolavezzaresi - L'Arbogna d'Inverno

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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La Notte piagne e ‘l campanil la svela, e le contrade si copron di Luna, e ‘l cielo torbido e tetro si gela, e posa inquieto sur d’orrida cuna, e i sentier miseri e i campi rivela sol l’ombra infìma tra l’oidi, e nessuna quercia si scerne ché ‘l viver si cela pell’aura ansiosa che fecesi bruna; e la Natura d’intorno al bel borgo si dorme tacita, e ‘l verno lamenta, e remigando più nulla ne scorgo, sol la Tempesta e una bianca tormenta, e alla finestra men vado, e m’accorgo che del villaggio ogni lampada è spenta. Sento un odor di menta, e lunge alquanto si pinge una pieve: la porta fredda, e un’effigie di neve. Ma pur mirando una quieta cascina, e i casolar che dormono, e le motte sovvienmi al guardo d’un’onda ferina l’ansante scorrere e l’ascose grotte, e da me lungi, l’Arbogna cammina, freddo torrente vestuto di Notte, e un sogno amaro allor me la destina, e l’acque sue m’impazziscono a frotte, e n’odo ‘l sibilo e ‘l dolce ondeggiare, ed è un sapor d’un ghiaccio che si scende, e ‘l niveo vento lo fa dondolare, e d’astri fiochi e di nembi s’accende; e le sue ripe son docili e care, gorgo infernale che ‘l suicida attende. Un brivido mi prende; e ‘l cor m’affoga in quest’ùmile giostra, e quest’è un incubo, ed ei mi si mostra. Rimembro allora che lì sta un mulino - ch’è detto novo - dormienti le pale, e l’aspre màcine e ‘l grano meschino ghiacciansi all’îr del truce maëstrale, e l’acque vanno, e scorrono e ‘l cammino seguon d’Occàso, e nel gelar spettrale son tetri spettri d’un vano Destino che ripe ed onde e feroce n’assale, e l’acqua scorre, e l’airon... la cicogna terge d’un soffio, ne inonda i bei nidi, e senza mete, e priva di vergogna sen va fugace vêr àlteri lidi; e quest’è ‘l freddo vagar dell’Arbogna, mesta e solinga pe’i venti sì infìdi. N’ascolto ancor de’ gridi: affoga ‘l sogno in su’i gorghi dell’acque, muore la speme che un giorno mi piacque. Un dì - rimembro - che giovin bramavo îr al torrente e sedermi in su’i marmi ove e le dame e gli amici sognavo - che mai non ebbi - e i profumati carmi, mirar le trote fors’anche desiavo, parlar ai pesci d’Amori e dell’armi, ma colsi inerme sol quel che mertavo - Vita di studio - che Iddio poté darmi; e tuttor sogno l’Arbogna e i suoi salci, e i pioppi e i pini che stanno d’intorno, e i biondi campi mietuti da falci i qual adesso si ghiaccian; e ‘l giorno e Notte intiera ravvivano i tralci de’i miei desiri e d’un ghiacciato orno. Orme n’ammiro d’alci, e in queste ansiose e sì sognate forme, forse ‘l mio cor - sazio di sogni - dorme. Alla finestra mi seggo, e a Mortara scorgo ‘l torrente che va e ad Albonese, e ciò che cade - dal ciel neve chiara - l’argento suo all’onde ne fa palese, e l’acque scorrono, e a un fucil che spara treman di Notte, di Morte è ‘l paëse, e l’onda mesta mi pare una bara che si sotterra del verno nel mese; e in sulle ripe e i frassini e i cipressi, e l’alte roveri e i salci spogliati stanno, e le paglie dell’orride messi mostrano ai nembi i sorrisi troncati, e v’hanno spettri: e ramoscel son essi de’i bianchi pioppi da me tanto amati. Avversi e crudi Fati! Io per te in sogno ne dimostro un culto, e piango sempre e nel core un singulto! Oh borgo antico che in sogni mi palpiti affanno ardente d’Amore perduto! Oh bella Arbogna che all’ignoto salpi or che n’ascolti l’affranto mio liuto! Bel orizzonte notturno e dell’Alpi che l’estro mio ridesti e che se’ arguto! Oh spoglio salce che d’intorno scalpiti orrendo e inerme e di nevi vestuto!... Vi sogno ancora, e pell’ansiose rive erro meschino, e poi veggo la chiesa dell’alta Vergine, e le guglie vive che mi sovrastano ancor l’alma arresa, e per voi lagrime io spremo corrive, son senza Amore, ed è questa un’offesa. Ormai la Notte è ascesa: l’Arbogna è negra, e la domina ‘l Nulla. Ove se’ tu, o Musa, amata fanciulla?... L’onda mi sembra blesa, e scorre incauto e lontan l’Erbognone, e fugge e muor sìccome una passione. L’acqua mi par sia tesa; un pianto ignoto mi trapassa ‘l core, istranio al borgo, e perduto... Dolore!
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L'ultimo Sonetto di quest'Ode presenta la tecnica dell'endecasillabo crescente. Oh - bor- go_an- ti- co - che_in - so- gni - mi - pal- pi (verso 1) -ti_af- fan- no ecc... In presenza di questa tecnica l'ultima sillaba atona va letta non nel verso di appartenenza ma nel verso successivo, per avvenuta episinalefe... Più che una vera presa si posizione crepuscolare, si tratta di un semplice virtuosismo.

L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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