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Impressioni 10 febbraio 2014 · lettura 4 min · 1569 letture

Ode anacreontica - Tramonto d'Arabia

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Stan le dune e bionde e inermi, son degli ermi gli aurei cardi e i fior d’avorio, una fonte s’erge ascosa - spoglia e afosa - sotto un stral di Sole ustorio, e le rose de’i deserti son incerti occhi ansiosi fatti in pietre, e di balsamo una palma terge l’alma delle calde e uggiose ètre, ed un dattero matura, è Natura una vedova in tormento: l’orizzonte, infatti, è nero, soffia altèro e funereo un orbo vento; e ‘l palmizio giace affranto, veste un manto dello spettro d’un cammello, ansio aspetta in su una duna l’alba Luna, e dell’Ecate un ruscello, e ‘l singhiozzo dell’arena rasserena l’orme tetre delle serpi, piove sabbia d’una spiaggia che n’assaggia l’osse e i ruderi e gli sterpi. Fior di seta stan le tende che sorprende la Tempesta sovrumana, e meschin un beduïno al Divino offre un’alta prece arcana, e ai suoi piedi n’ha un tappeto - fulvo e lieto - dianzi a lui la scimitarra posa a un tavolo di pelle e di belle pugne antiche trista narra, e v’è un vaso d’almi unguenti - spezie ardenti - e un profumo s’alza al cielo, or d’un’àliga è l’aroma, e la chioma del guerriero porta un velo. Oltre ‘l mar di queste dune v’han lagune di paludi e di palagi, son le vie di sicomòro, guglie d’oro, del Sultano sono gli agi, e a un porton i Mamelucchi - co’i trabucchi - stan furiosi e vanno in guerra, lagne son di dromedari, e di spari or riecheggia l’erma terra, e un Califfo in su’ un verone con passione mira in gaudio ‘l truce Impero, e la Notte non lo sdegna, e s’impregna l’orizzonte di Mistero; e un castel mostra un giardino - bel gradino di geranio e di ninfea - e lontan i minareti - saggi preti - stan possenti di Moschea... e vi son lavande e peschi, arabeschi di corolle e fior d’Oriente, v’è un ciliegio in sul cortile - roseo aprile - sotto un nembo ch’è cocènte, e ‘l serraglio sta... e l’haremme - d’ôr le gemme - ove va la baiädera, l’odalische sono ignude, e le illude quest’ardor di Primavera, e le cetre meste e pure - pien di cure - sempre gemono d’Amore, e le miser cortigiane spemi vane cantan tremule dal core: sono visi e tetri e allegri - rosei e negri - le lor ciglia spremon pianto, tra gl’incensi danzan duoli - spenti Soli! - e nostalgico è ‘l lor canto, e i bei tocchi all’arpe ansiose - fulve rose - contan gli aspri baci ai seni che lor dona ‘l Sultano - Solimano - empi e viscidi veleni. Quest’è l’oro, è Samarcanda - erma landa - della Luna è un folle stral; quest’è Arabia incauta e fiera, vien la sera, van è ‘l core del Moghul... e una lampada s’accende - l’olio attende - presso un talamo è una sala, v’è una dama, e mesta beve l’empia neve d’un velen, tremenda fiala; e la Luna brilla impura, e s’oscura, su’ un cadavere si sazia... e la donna inquieta muore, per Amore, l’ermo spegne tanta grazia, e la Notte è cupa in Morte - bruta Sorte - pur la stella piagne a un cor, e d’arena n’è ‘l suo pianto, fu un incanto, l’ermo è colmo di Dolor.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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