Fede astratta

Il Dio che atterra e suscita
mi batte nella testa
cercando di convincermi
che dopo tutto resta
ed io che sono succube
di questa malattia
non so come intraprendere
la netta giusta via.
Il Dio che mi consola
risulta alquanto assente
in questa dannatissima
stagione già perdente
ed io che sono carica
di niente e voglio più
mi trovo a non comprendere
cosa pretende.
Il Dio che il ciel governa
in altro è indaffarato
e questa Italia gravida
si bea dentro il suo stato
ed io che son piccata
per questa farsa antica
assisto inerme e afflitta.
Che schianto e che fatica!
Il Dio che mi rimane
ha solamente un occhio
e naviga guidando
un vecchio antico cocchio
ed io che sono amata
da chi mai lo saprò
vorrei che almeno in ultimo
facesse un bel falò.
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Commenti (2)
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Francesco Rossi12 febbraio 2014
Poetica sul sociale piacevolmente dissacrante, sconfessati i luoghi comuni emerge la visione reale del vuoto che ai giorni nostri ci sta intorno.
A
Antonio Terracciano12 febbraio 2014
I versi sono tutti settenari (eccetto l'ultimo della seconda strofa) e basati su un sapiente gioco di rime. La poetessa esamina tutte le possibili sfaccettature di un Dio che, comunque lo si consideri, non sa risolvere i nostri problemi sociali. E' il falò la soluzione? Non saprei, ma certamente, col tempo, siamo ad esso destinati!
