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Impressioni 17 febbraio 2014 · lettura 5 min · 1455 letture

Ode- sonetto Ballata - Notte di gotica Luna

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Fredd’era ‘l vento e in ciel la Notte bruna coprìa di taciti assilli un maniero, e la civetta d’avversa fortuna spiccava un cantico callido e fiero, e in tra le nubi indorava la Luna l’ombra spettral d’un tristo cimitero, e i monti e i rivi, e i boschi e la laguna fean l’eco ai bronzi ansi d’un monastero; e lampeggiava l’etere, e pioveva un niveo fiotto di sangue - l’impuro - e l’orizzonte infinito gemeva, e la scogliera si vestì d’oscuro, e presso un fonte un nocciòlo s’ergeva, ai suoi piè ‘l vischio, e l’impronta d’un muro stavano mesti, e un duro occhio accecante di squallida strega, rosa appassita d’un’empia congrega. Un dì n’andavano ai salci e ai bei noci le donne sordide e turpi e vegliarde, mescevan cupe le fiale maliarde, curve l’ischiene, e frementi le voci. A Satàn mastro danzavan carnefici, sacrificavano i bovi e i vitelli, sotto la Luna sen stavano artefici di sacrifici, d’umor i ruscelli, e ‘l vischio infame prendevan - le tarde radiche arcane de’i cardi feroci - e le cortecce, de’i pioppi le barde, vestìan di duol le sembianze sì atroci. Un dì n’andavano ai salci e ai bei noci le donne sordide e turpi e vegliarde, ma un stuol di monaci al Sol delle Croci, le discacciavan, fuggìan le maliarde. Ora la Luna, di Morte vestita, sulle mandragole ‘l guardo posava, e l’ansie impronte di donna ferita - cor d’una vergine - ancor indorava, e colma e altera si fece smarrita, e del lagnar d’un lupo s’agghindava, e in su’ una tomba la cerula Vita dell’orbe nubi feroce scagliava; ed un vestibolo - un’empia rovina - sotto ‘l suo strale giaceva, e in sull’ime pietre cadenti n’ardeva una spina d’un’aspra Notte e funesta e sublime, e vagolò sembianza femminina di spettro rio - che ancor non si redime - e tramortite cime si lamentavano in sull’orizzonte, e ‘l ciel di tristo terrore fu fonte. Un dì in galoppo un furioso Templare una fanciulla dal porto rapiva, e al suo castello - in sul monte - saliva, e s’infuriò - alle sue spalle - ‘l gran mare. Gridò la misera, e a stento insisteva, e malediva dell’empio ‘l desiro, ma quei crudele e meschino taceva, d’Amor n’udiva soltanto un sospiro; e l’incalzava un giovin tutelare, che alla donzella l’Amor garantiva, e in su’ un destriero correva a sfidare colui che turpe cotanto n’ardiva. Un dì in galoppo un furioso Templare una fanciulla dal porto rapiva. L’inseguimento fu vano; e moriva ella che mai ‘l negletto volle amare. Allor brillava la Luna in su’ un monte ove ‘l maniero cadeva, e l’infranta pallida carne d’un sen, d’una fronte giaceva inerme e moriente, e cotanta sete di cruor consumavasi, e l’onte d’un gran martiro una donna fêr santa, e si colmava ‘l perenne orizzonte d’una pia rosa or appassita e affranta; e presso un pallido e cerulo viso piangea dolente un prode cavaliero, un cadaverico e bel fiordaliso morto nell’attimo - un fior - di mistero... ed ei gemeva, e sognò ‘l Paradiso, dalla guäìna n’alzò ‘l ferro altero, e nell’usbergo nero mesto lo spinse e nel luttuoso core. Suicidio, oh Luna! Fu un pegno d’Amore! Morìa suicida un giovine guerriero, cadeva esanime e bianca la spoglia, sembrò d’un pioppo la cerula foglia che presso ‘l verno sen va su’ un sentiero. L’acciaro in core, confitto pugnale, colse lo spasmo dell’ultimo spiro, e si fondeva col reo maëstrale, eco danzante d’estremo martiro; e ‘l labbro immoto colò ‘l sangue nero or dell’arterie recise, e la soglia d’una cadente torre e d’un altero ermo fossato n’espanse la doglia. Morìa suicida un giovin guerriero, cadeva esanime e bianca la spoglia; di Morte arcana ruggiva la voglia, oscur di Notte, e lagna di mistero; e ognor la Luna, qual graffio di lupo, trista infocava le fosche di gelo, e si cadeva da un turpe dirupo, ferma e immota, e regina del cielo, e assecondava ‘l terribile e cupo spettro infernale - un folletto e ‘l suo pelo - e lo cullava com’ei fosse un pupo, e lo copriva col scialbo suo velo... e in ciel gli spechi del suol suo lontano sembravan vene sgozzate e fumanti, e sradicavano e porgean la mano le meste radiche, ai dèmon danzanti; e fu un deserto lunare e sovrano, bello e sublime, e velen pegli amanti, e furon questi istanti laddove gotica or fu tale Luna, Morte d’Amore, eterna Notte bruna.
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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