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Impressioni 24 febbraio 2014 · lettura 6 min · 1612 letture

Ode- sonetto Ballata - Rapsodia dei Monti iberici

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Era una sera d’autunno e una cima si lamentava tra’i nembi e le fonti, e gemea ghiaccio - e tuttor si sublima - e nevi e grandini; e d’in sopra i monti vestìa la Notte del verno la prima aurora, e ‘l freddo acquitrino de’i ponti scorrea alle rocce - sembianze di lima - e abbeveravane e i cervi e i bisonti, e in sulle liriche e l’urla de’i boschi, e in sulle valli e le felci e i licheni si ottenebravano - e sempre più foschi - i rivi alpestri, eterni ghiacci e ameni - e ‘l manto brùn d’una vetta - s’attoschi! - negra giacea e ripudiava le speni. Le Notti fûr veleni, e un mar di neve gridava all’Ispagna de’i Pirenei la terribile lagna. Un dì fuggiva in su’i monti un torero, non vinse un toro nell’aspra corrida, e n’andò esule, e una cima infìda gli palesava ‘l perenne sentiero. Piangea l’onore, e sonò una chitarra, e un nom di donna pe’i calli gemeva, ed ei fu un prode d’infame Navarra, e ‘l disonor coll’esilio tergeva. Vestìa di pelli, e un mantello avea nero, e un fior mirava - ove ancora s’annida un gufo antico - e qual baldo guerriero sembrò gridargli: «Ch’io tosto t’uccida!». Un dì fuggiva in su’i monti un torero, non vinse un toro nell’aspra corrida, e a lei che disse: «Ch’io, oh cor, vi conquida!» lasciò un’impronta di mesto mistero; e cantò lo sparviero la nenia atroce a un dissepolto tiglio, Divo de’i calli, e rostro di periglio. Le cime aguzze - ondeggiar di foreste - or s’annebbiavano in torvi elementi, e le bufere e le nivee tempeste presto n’alzavano i spiri de’i venti, e le montagne parevan le creste d’immoto Ocèäno in preda ai furenti geli del Baltico; e l’orride e meste piangean i ghiacci le spente sorgenti, e la possente ed adorabile sierra funestò in nebbie i più bassi vigneti, ed una brezza in fin da Gibilterra rasserenava i calli e i fiumi inquieti; e accennò ‘l vento una marcia di guerra che raggelò le roveri e i pineti... e fûr sapor d’aceti le nivee piogge che scesero a frotte, Ebe del verno, ed un inno alla Notte. N’andava ‘l misero e urlò una canzone che singhiozzava in su’i nuovi dolori, e malediva le stalle e gli onori, privo di spene, e pover di passione; e rimembrava l’invitto e reo toro e l’orbe vie e ancor le contrade basche, e in sul tramonto del Sol fatto d’oro s’incamminava in tra’i salci e le frasche. Presso d’un valico e d’una magione vide una schiera ricolma d’allori, e ‘l capitano: «Venite in tenzone!» gli sclamò prode: «Pugnam gli invasori!». N’andava ‘l misero e urlò una canzone che singhiozzava in su’i nuovi dolori, ed accettava del campo i furori presso de’i calli l’ingrata regione; e pugnò Napoleone, e spirò in pugna qual fier partigiano, privo di Vita e in su’ un suolo lontano. Le nubi in ciel s’oscuravano, e i baschi sassi di neve crollavan disotto, riverberò la Luna in sopra i paschi, e della valle ‘l fior del bergamotto, e presso un culmine e i picchi sì maschi un bue pascevasi e n’andava a trotto, e una capanna giacea e in fianco i fiaschi d’un vino putrido, e fu un vetro rotto; e ai piè de’i monti vi fûr gli ermi ispani, ed eran alvei d’un mare nebbioso, e l’orizzonte esterrefatto e i vani fior s’acquietavano, e ‘l ciel burrascoso offriva all’eco ‘l lamento de’i cani, e delle stelle ‘l fulgor tenebroso... E un uomo stava ascoso nel tempestar della neve crudele, assiderata impronta d’orbo fiele. Andò ‘l torero al certame, e pugnava qual granatier tra’i furiosi Ispagnuoli, e un inno al Trionfo, e i bicchier de’i rosoli eran i pegni ch’ei in guerra mertava. Pugnò in su’i calli, e in tra’i rivi e i torrenti, e pur temuto pareva ‘l suo nome, e pelle nevi, e in tra gli aspri elementi or gli ondeggiavano ancora le chiome. Un dì la pugna confusa infuriava, e i granatier si trovarono soli, e de’i rival un cannone iscoppiava contro di loro. Che ‘l sangue ne coli! Andò ‘l torero al certame, e pugnava qual granatier tra’i furiosi Ispagnuoli, ed or ferito morìa e gli usignuoli mesti piangevan per lui che spirava; e l’onor lo dannava, e nelle fauci di bieca Natura ebbe ricetto in una sepoltura. Le vette e i valichi e i culmini e i secchi cardi sen stavano immersi ne’i geli, e pe’i sentier correvan gli stambecchi e le marmotte, e sfiorivano i meli, e in su’i perenni ghiacci gli aspri becchi de’i falchi osceni ferivano i cieli, e l’empie nevi divènner gli specchi degli albi nuvoli in pallidi veli, e vêr le valli e querce, e pioppi e salci e i bei castagni, e i pini e i cespi ignudi donavan ombre di tremule falci ai sentier tristi, e terribili e crudi, e rattristavansi ancor perfin l’alci, e i nembi in ciel s’ottenebravan rudi. Membranza, tu m’illudi! Presso una fronda, nido di colomba, v’era d’un miser l’incognita tomba. Morì a un son che rimbomba, e fu un torero dolente d’Amore, e la sua dama nol seppe. Oh dolore! E crudel fu l’onore! Ascolta, oh vetta, nivea e sconsolata: del tuo rigore quest’è la Ballata!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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