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Morte 4 marzo 2014 · lettura 8 min · 1247 letture

Ode- sonetto Ballata - La Tempesta di Mare

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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È Notte, e ‘l lugubre ombreggiar di Luna in tra le nubi si specchia e in sull’onde, e ‘l mar si scalpita, e l’orba laguna è tinta in ciel di folgori iraconde, e un tòno grida, e infuria un nembo, ed una mesta saëtta or le vette profonde uccide e abbaglia, e un’albugine bruna - tra’i lampeggiar - pe’i nuvoli s’effonde, e la Tempesta vien, e all’orizzonte s’alzano in tremiti i sali spumosi, e d’acque va - e irremovibile - un monte, e i tristi venti ne son burrascosi, e vêr un’isola ancor stilla un fonte di lampi e grida, e di sangue e marosi. Istanti tempestosi! Sen geme ‘l nembo che pria fu lontano, s’adira e s’apre in varco l’Ocëàno. Sen va spettrale in tra’i tòni un vascello, le vele lacere e ‘l legno ammuffito, e d’una rotta insegue un passo ardito, funereo e negro, e maliardo e rubello. In tra le folgori e i cieli in furore - fattosi spettro - v’è un teschio corsaro, e quest’è un bieco vessil che l’onore d’un prode annunzia estinto a un fioco faro; e l’osse al cranio - qual cupo arboscello - empie germogliano ‘l fior della Morte, e l’aspre sartie n’ombreggian l’avello d’un sciagurato ch’è stretto in ritorte. Sen va spettrale in tra’i tòni un vascello, le vele lacere e ‘l legno ammuffito, e s’alza un canto e dolce e intenerito d’un cor di donna sconsolato e bello. D’Amore è un pio suggello, di miser dama da un crudo rapita, in braccio a Morte per sempre smarrita! Ulula ‘l vento e un maroso lampeggia, e piove ghiaccio in terra e in sul cotone, e ‘l negro schiavo supin si dileggia coll’ansia e mesta e infausta sua canzone, e l’habanera d’un lampo gareggia co’i bianchi fior d’un’aspra piantagione, e ‘l tòn orribile in sull’acque ondeggia, e in cielo iscoppia una truce tenzone, e più s’agitano i lenti fondali, e pur de’i lidi maggior s’alza ‘l flutto, e piangon l’àlighe, e i germi e gli squali e l’onda è fatta un brivido di lutto, e tetri gridano i ner maëstrali, e ‘l cesio vetro del mare è distrutto; e delle piogge ‘l frutto scende furioso e l’imo fiotto ‘l beve, ed è un oscuro cenere di neve. In tra gli spettri geme una fanciulla, è incatenata a un chiavistel spettrale, e piagne ai vivi, e al suolo suo natale, e de’i fantasmi d’intorno n’ha ‘l Nulla. È bionda e giovine, e prona si geme, e ‘l guardo è colmo d’orrore e di pianto, e ai Cieli prega, e senza più una speme alla Tempesta ne dona un pio canto, e all’aspro ponte ‘l core le s’annulla, e l’empia grandine ‘l ciglio le scuote, e sotto ai vel laceri e rozzi e in sulla pozza che piove, le membra n’ha immote. In tra gli spettri geme una fanciulla, è incatenata a un chiavistel spettrale, e sol la Furia dell’onda fatale e ‘l volto e ‘l sogno in brividi le culla; e un tamburino rulla: è giunto ‘l tempo che s’imparadisi alfin costei che più non ha sorrisi! Or d’in sul mar sen corron gli elementi, e stille son di vento e di bufera, e ai negri scogli che giaccion sgomenti versano l’onde e in sopra la scogliera, e allor tramontano i bei firmamenti, e l’alba Luna svanisce, e la sera è un folgorar di piogge e di tormenti, e l’orizzonte n’è pallida cera, e fredda l’acqua del mar non si placa, e bolle e s’alza, e schiuma e piagne, e irride pur la Tempesta crudele ed opaca, e un quieto lido burrascosa uccide, e un bel palmizio con essa si baca, e a’ solitari sepolcri sorride; e tempestosa stride, e l’eco espande l’infame ululato, croce d’un cielo che va indemoniato! Canta la misera ai spettri funesti, e al rapitor crudel e maledetto, e delle piogge in tra’l tremulo getto il guardo volge agli orizzonti mesti. Trema e singhiozza e ‘l vascel maledice, e sa ch’è prossima a un folle trapasso, e sogna i baci d’una sua nutrice e della madre, ed è preda del lasso; e i ner marosi sen mòvono lesti, e ‘l brigantino tra l’onde saltella, e va e s’inciela or pria che s’appresti la truce fin della pioggia rubella. Canta la misera ai spettri funesti, e al rapitor crudel e maledetto e muor alfine, e lungi dal diletto smorti e pallenti sen giaccion suoi resti; e bianche son le vesti e sozze e roride e d’acque e di vento, di sangue un segno in sul sen d’un tormento. Riddano l’onde e sommergon gli scogli, e pien di grandini è un’ombra d’Antille, e in ciel da’i nugoli - or sempre più spogli - tra gli empi tòni che son più di mille scendono i ghiacci, e prima che li sciogli l’acqua irrequieta divengono stille, e son malvagi e dannati germogli di lampi osceni che irroran faville, e nella possa si strugge ‘l corallo, e l’erme rade si vestono d’onde, e un’orba folgore è par a un cristallo che va a iscoppiar in sulle spiagge bionde, e ‘l mar del fulmine aggrada ‘l reo ballo, danze e carole in sul ciel tremebonde. Le Notti son profonde; e non si mira null’altro che ‘l flutto che s’erge infame a seminare ‘l lutto. Salta tra l’acque ‘l vascello incantato, negro di legno e smorto di polena, e un urlo s’ode e un nembo rasserena, ciurma d’un uomo in eterno dannato. Sopra le vele le folgori vanno, fulminan gli alberi e gridano in schiera, e ‘l ponte riempie la pioggia d’affanno, e un foco appicca, e va alla polveriera; e ardon la stiva, e le sartie e ‘l dorato mesto timone, e l’orribile prora, e ‘l brigantin n’è poscia funestato da un cupo vortice, e insan lo divora. Salta tra l’acque ‘l vascello incantato, negro di legno e smorto di polena, e segno è e pieno e di duolo e di pena, e muor tra l’onde, consunto e bruciato. Funesto n’ebbe ‘l Fato; ed or sen torna al baratro infernale. Maledizione!... La Morte l’assale! Lento si placa ‘l meschin temporale, e l’onda ansiosa in sul mar s’addormenta, e in tra le nuvole un stral celestiale di nuova Luna in tra’i lampi s’attenta, e tosto ‘l debil vascello spettrale - fattosi vento - svanisce, e sgomenta n’è l’aura inquieta, e un son di funerale pell’aër fosco ferin si tormenta, e dolce e pia sen va la pioggerella, e stanchi e inquieti lampeggiano i lidi, e in ciel appare fors’anche una stella che ai freddi sogni de’i morti son nidi, ed è svanita al vento la donzella ch’è morta vergine in cor degl’infìdi. Lampeggian negri gridi, e si tramonta in un bieco tormento d’una fanciulla ‘l feral rapimento; e la Tempesta muore, e ‘l sentimento dell’alta Luna novel si rinnova, e quiete v’è poscia ‘l reo patimento, e l’ansio stel si terge del cotone, e l’aura mite de’i ciel si ritrova, dolce habanera di bella passione!... E ‘l mar s’acquieta, e la pioggia svanisce, e in sul lontano orizzonte si tòna, e un grido - l’ultimo! - ‘l Cielo ferisce, voce di donna, e ‘l Signor le perdona; e l’onda un requiem sona: «Riposa in Pace, oh Tempesta fantasma!» ed un donnesco ombreggiare si spasma. L’aura che fu predona piagne a una tomba, al fondale dell’acque laddove un dì la misera si giacque; e un nembo s’appassiona d’una Tempesta grondante dolore, pegno spettral d’una Notte d’Amore!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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