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Amore 7 maggio 2014 · lettura 5 min · 2722 letture

Ode scapigliata - Inno greco alla Musa

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Sto in sull’ellenico mare che dorme, lungo la spiaggia che quieta mormora di sabbia informe e m’incoraggia; e voglio tendere ai Cieli greci un inno sacro a questi valichi ove le preci tingon d’alacro! Se ‘l guardo al morbido tuo labbro poso come sognando in cieco spasimo pallido e ascoso - quasi beändo - se sento in animo al core un morso - gelida stretta - che ognor mi lacera, se in questo corso ti vò diletta, se mi solletica questo mio petto tra ‘l gaudio e ‘l duolo, come se m’agita l’orrido e schietto vento d’un molo, se muto un incubo tetro t’opprime, quando i miei sogni folli t’assediano, Musa sublime, ‘ve ne vergogni, se interminabile grida un silenzio, quasi fatale, quasi colpevole come l’assenzio d’un maëstrale, come la putrida sembianza amara del mar irato l’alba salsedine, se bella e chiara ti pinge ‘l Fato che va, e irascibile or m’assassina, se nel mio core sento che destasi una ferina doglia d’Amore, o Musa, ascoltami, va’... t’allontana, lasciami in pianto, tosto dimentica questa mattana di questo canto, scorda la lurida d’un reo poëta arpa che sogna, tra codest’anime come un’inquieta parca zampogna, lasciami misero a meditare su questi eventi che i Fati irridono come del mare i sali ardenti, fuggi quest’attimo che mi fa folle, quando n’ho sete del tuo gradevole sorriso molle - le guance liete - quando n’ho fregola d’un sol tuo detto, d’una parola fatta impossibile al mio cospetto, un’ombra sola, e questo rapsodo non far che torni poiché corrode la tua inquietudine, le notti e giorni con crudel ode. Lasciami in lagrime, o Musa amata, poiché m’è Sorte, sono un patetico uom che t’ha odiata più della Morte, che poiché giovine, poiché coëva ben io t’odiava, senza conoscere quel che piangeva, quel che t’urlava. Ricordo in brividi: quando bambina mi salutavi col labbro timido - guancia divina - e mi guardavi coll’occhio tremulo, col guardo mesto ove mi donno, ed io insensibile, torvo e funesto - cieco nel sonno - come un fantasima voll’io ignorarti, passai incurante dianzi al tuo gomito, voll’io scansarti... Ti son amante! Non mi dicevano quel che soffrivi gli occhi gementi, le braccia rigide che non aprivi se non a’i venti, che fosti vittima del Fato inviso - com’io lo sono! - che fosti un Martire del Paradiso pel mio perdono, che ‘l tuo desìdero era la gioja, esser compresa, fugar la gelida e trista noja, oh vilipesa! Sì! T’amo in tremiti pel tuo dolore, per quel che piagne nel seno morbido tacente core, pelle tue lagne, pel melanconico volto che tace, che in pianto ride - beffa nostalgica - d’un’ansia pace che mi conquide, pe’i tuoi patiboli, quel che tu duoli, muto tormento che intende ‘l rapsodo per questi suoli nel cor del vento, pella tua lagrima che scende muta... che ti discerno, la veggo scendere, e t’ho perduta, s’apre l’Inferno! T’amo; e in tal scrivere sento ‘l rimorso, truce mi sbrana tutti i miei palpiti; amaro è ‘l sorso, la sete insana... t’amo; e ne lagrimo poiché vò almeno esserti amico, sono un platonico che in sul tuo seno altro non dico, ti bramo l’Anima, oblio la carne, sogno ‘l tuo spirto, che al mio ne scalpita come le scarne spine del mirto, vò che le Nuvole che tanto prego mi dian l’onore d’andar incognito oltre ‘l tuo niego, oh nobil fiore; e sogno in spasimi che ti confidi ad un che vuole fior del tuo Spirito, amici lidi colmi di viole, pieni di primule, come la Vera, come ‘l bel maggio che in sulle porpore rose ne schiera come un miraggio, poiché, oh Calliöpe - celesti risa - se’ l’essenziale di codest’arida mia Vita irrisa, se’ l’Immortale amata incognita, sguardo del Dio che cerco ansioso, oltre ‘l nostalgico sognato addio nel mio riposo, se’ forse l’Angiola che mi dischiude i Ciel bramati, portando ‘l Calice che non m’illude siccome i Fati. Forse son stolido, bramo ‘l tuo Bene più d’ogni cosa, più della formida - che grida - spene, spina di rosa, poiché tu meriti lo stral del Cielo, poiché demòne il so dall’Erebo, bollente gelo di pia passione, poiché se’ l’unica Musa che regna tra l’Ebe e ‘l vino, voce che sibila e che s’ingegna dell’Uno- Trino, poiché ignorandolo mi dai la Fede, la Provvidenza che chiama un diavolo presso al tuo piede, la mia coscienza; ed or, oh nobile, ch’hai l’ode letto, tal frasi fatte scritte nel spasimo presso ‘l tuo aspetto bianco di latte, dà che desìdero quel reo pugnale, straziami ‘l core, fammi cadavere, altrove l’ale volgi in furore, dammi quest’ultimo pegno, la Morte. Tu non morrai, Musa se’ e docile. Ma la mia Sorte compir dovrai! Uccidi ‘l fascino di questi versi, del canto mio, svanisce l’incubo, gli occhi son tersi... Oh Musa! Addio!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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