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Amore 15 luglio 2014 · lettura 9 min · 2348 letture

Ricordanza melanconica e nostalgica d'Amore incompiuto

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Trista e inquieta e crudel mi viene e al core e all’alma e mesta e stanca questa doglia che di larve infernali e pur d’Amore nel tacito sognar fatal germoglia, e in questo istante estivo m’è dolore, voce e orrenda e strillante, e secca foglia, e in questo ansioso e lungo dolorare Poëta vado e tosto a naufragare, e or che viene la sera e ‘l ciel s’oscura, e flebilmente ‘l sonno a’ fior si mostra, e a’ campi e a’ boschi e a’ rivi, e la Natura nel riposo sen giace e vi si prostra, la mente mia si lagna e nella cura si tace, e lenta piagne e più non giostra, e mentre ‘l Sol si muore un mesto sogno a un nembo canto e all’arpa, e mi vergogno, e se i pioppi e i carpini e queste pietre e queste terre antiche e questo fonte, e se i fanghi e le viole e fresche l’etre e l’orba selva e i salci e l’orizzonte or non odon un son di queste cetre - di cui l’eco ne corre in fino a un monte! - m’intenda almen la Musa, e una fanciulla, di quercia un volto sacro, o gridi ‘l Nulla! Un dì n’erravo e a un core io volsi ‘l viso, e in tra’ vini e le danze - ahimè! - mi piacque, e fu una giovin dama, e io fui conquiso, e al seno suo e gentil l’occhio mi giacque, e io sentìa avvicinar un Paradiso, ma ‘l labbro mio e pudìco e in ansia tacque, e immantinente ‘l torvo e reo Destino mi fea nel cor, nell’alma adulterino; e questa prisca donna a me parlava, e diceva di lunghi e freddi pianti, e in lei la somma Fede s’infuriava e dianzi a’ giorni suoi remoti e affranti, e più dell’Ebe colta a me ispirava i sogni e l’alte spemi e i lieti canti, e d’Elisèi vestiva - oh Campi belli! - e i spiri suoi mi fûr freschi ruscelli. Ma l’ardir mi mancava, e passò un mese, e venne ‘l tempo santo del Natale, e pur sapendo forse esser offese le apersi ‘l core muto, e schiusi l’ale, e ‘l spirto osceno e folle fu palese, e allor la pinsi o Musa, o Dea immortale, ed ella allegra e schietta sorrideva, scansò l’Amore mio, e ‘l cor mi piagneva. Così in vergogna insana io la fuggiva, e al freddo verno piansi, e urlavo a Iddio, e soffocato giacqui, e mi feriva quest’empia cura arcana al petto mio, e sallo ‘l Ciel soltanto ch’io soffriva - e quanto! - oh Fato avverso, e bruto e rio, e quand’ella dappresso ancor n’andava io silente e solingo ne tremava, e al dì santo e seren della Patrona io la vidi e piagnevo, e in tra’ dipinti la sognavo in segreto, e all’ora nona tornato al tetto niveo gli alti istinti d’un Poëta infuriavo e l’arpa prona a suoi sonavo e biondi capei avvinti, e udii una voce in Cielo: «Non è indarno!», ma scontento ‘l sorriso m’era, e scarno; e venne alfine e presto Primavera, e nulla più io sapeva di costei, e niente le dicevo allor che sera guardammo insieme gli astri e i loro Dei, e nella Notte fresca e quieta e altèra s’estinsero anche i sogni, e gli Imenei, ma in agguato sen stava l’egro Fato, e l’aprile mi scorse innamorato. Men stavo quieto e arreso e all’aspersorio qual fossi un morto antico giacqui, e spensi le spemi arcane e allegre, e quest’ustorio Amor soffrente e oscuro, e gli ansi incensi, ma costei si mostrava e all’Oratorio la Tempesta iscoppiava, i nembi densi... e Tu beffavi forse? Tu, oh Signore?... Chi mai si fece giuoco di quest’Amore?... La vidi e rosea e bianca e giovin tanto, e gentil mi parlò e al mio core immoto udii la spene amata, averla accanto, e a Iddio e a’ Cieli e alle nubi io sciolsi un voto, e finiva - ma indarno - l’aspro pianto all’occhio suo fatal qual fior di loto, e le scorsi le man e più un anello mirai, e infelice e allegro gridai e bello, e nascevami in cor l’istesso foco, e all’alma sua solinga allor parlai, e prima muto fui, e poi e lento e a poco un detto arcano e dolce sussurrai, e più placava ‘l corso e venne fioco l’ombroso e inquieto passo de’i miei lai, e venne Pasqua e santo ‘l tempo scorse, e lei m’amava - oh sogno! - e l’alma forse! Mi fu come un’aurora, e come un Sole, e m’era l’alba Luna, e m’era speme, e l’orizzonte mi pinse - oh allegre fole! - e sognavo abbracciarla, esserle insieme, e m’era un campo lieto d’alme viole, un volto... un seno... un core - e l’ansia geme! - e ‘l donnesco sorriso m’era un strale, la guancia e molle e snella - oh l’Immortale! - e io parlavo a costei, e ‘la rispose, e dissi e sogni e detti, e mai intessuti, e sognavo donarle e baci e rose, istanti ansiosi e inquieti e ormai perduti, e io cantava per lei or l’armonïose ballate allegre e dolci co’ miei liuti, ma presto questo fresco e vivo azzardo ne ruppe e tosto e bruto un reo beffardo. Ahimè, ne urlava in Furie ‘l vil Destino che in fino all’are sacre mi percosse, e io tremava e piagneva e fui meschino, e malato ne venni, ed ebbi tosse, e ‘l diniego fatal e femminino alfin nel petto lasso or mi commosse, e pur Iddio scorgea la sua viltà, ma nulla ‘l Ciel poté! Oh Fatalità! Non m’amò la fanciulla, e molto piansi, e pur uscimmo un giorno, e a Notte fonda, e ‘l dolore del cor taceva e gli ansi istanti fûr crudeli, e l’iraconda e cruda stella - ‘l Fato - non infransi, ma contemplai la bella e mora e bionda, e a Iddio sciolsi una prece, e in fin a Luna pregai sì vanamente altra Fortuna. Ell’era meco alfine, e camminava agli astri dolce e quieta, e a me vicina, e m’era a un passo e presso, e io la mirava e m’apparve una Musa e pur divina, e un sogno urlò dal petto, e m’oscurava un strale avverso e vil, sorte meschina, e in sotto ‘l volo oscuro de’i rapaci ell’era a un passo ansioso... d’almi baci!... E chiamàvami allora un uomo blando, e fu un onore udir, fui cavaliere, e quasi in lei qualcosa stava obliando un flagel del Destin, le brute schiere, ma indarno al ciel alzai l’eroico brando, le sorti infami fûr fin troppo altère, e questa veglia e arcana passeggiata mi svelse e ‘l pianto osceno e una ballata. Giurai tacerle ‘l senso e ‘l core affranto, e ‘l Destin me la impose sol amica, e resistere - ahimè - fu vano e tanto siccòme al Sole e al campo fa la spica, e più non la vedevo a me d’accanto spaziar di sua beltà una stella aprìca, e le lettere or scrivo - e a lei! - e le imploro e silenziosamente ‘l capel d’oro!... Quest’è lo strazio orrendo, e ‘l mio diärio e scrivo in lasso e prego - e vanamente! - e a’ versi dono un pianto e all’avversario e bieco Fato ‘l duolo, e la mia mente la sogna: è d’oro, è argento, e rame e bario, fantasima d’un core - e sofferente! - e in questi vani detti e van solfeggi ascolta, oh Musa, ancora... e m’odi... e leggi! Tu se’ l’indarna speme, e ‘l mio sorriso, come un lampo m’appari, e se’ mia Vita, mio Tutto e santo e buono e Paradiso, sentier d’un’alma inquieta e pur smarrita!... Oh potessi di nuovo ‘l tuo bel viso mirar... e in sogno un bacio alle tue dita!... Sarìa men duro ognor aver dolore... Ma sarà questa l’ultima e d’Amore? Pietade! Un uomo muore, ei t’amava un istante, e tu se’ lieta, ei t’erge a Dea immortale... Egli è un Poëta!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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