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Impressioni 27 luglio 2014 · lettura 7 min · 1209 letture

La Tempesta notturna

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Vagando a’ ignoti sogni e al letto or desto e a quest’altro cristallo - oh vil finestra! - e incerto in sul dormir, e in sul funesto che fugge ‘l tempo iroso e via maëstra, or silenziosamente e al ciel n’appresto quest’occhio che si piagne, e a una ginestra ne contemplo cader ansiosa pioggia, e ai stel fioriti e in sonno, e all’acre roggia, e taciturno sono, e un spir ascolto, e forse m’è la mente, o forse ‘l vento, e al prigioniero e mesto e insano volto questo sibilo grida, ed è tormento, e ‘l cielo oscuro veggo, e giace sciolto e in cor mi sprona svelto un Sentimento, e lontano ne lagna ‘l tòno cupo, d’in su’ monti oscurati e in su’ un dirupo, e la requie che muta stava e prima, ‘ve n’udivo cantar i grilli negri, qui trista e alla Tempesta si sublima e in su’i nembi furiosi e fieri e allegri, e all’orizzonte geme un’ansia cima di questi calli in lampi, e biechi ed egri e s’avvicina e tosto questa foga che tempestosa ‘l ciel qual mar ne voga. Allor ne sento ‘l gelo e i suoi lamenti, un sibilo di Furie, e l’aura ormeggia siccome un legno all’acque in su’i veementi ruscelli, e ‘l lampo irato ognor lampeggia, e impazziti mi sono gli Elementi che un nembo oscuro e osceno ne corteggia, e al finestrello n’esco, e n’ho i capelli all’alto mossi e a’ venti e insonni e felli, e volar vi distinguo ombrose foglie appena morte e infauste, e vanno al vago, e all’incognito e all’aure, e pien di doglie si posano irrequiete a un rivo e a un lago e al perenne gelar che non si scioglie, e in quest’errar fremente ne divago, e al crepuscolo torvo n’ho paüra, e amara m’è quest’empia e rea Natura, e ‘l bosco ammiro: ei n’urla, e la sua fronda ne s’agita sovente, e ancor si scuote, e in sull’erbe gementi ‘l ciel si gronda, e ne spezza ‘l fulgor le piante immote, e si bagna una quercia e n’è iraconda e più dell’acqua insan che la percuote, e queste foglie sembran man dannate degli Inferi e io ne sono ‘l perno e ‘l Vate. Così a questa finestra io giacio e servo ne son Poëta atteso a’ tòn rapaci, e in loro le saëtte e i nembi osservo, e le fòlgor mi sono e labbri e baci, e nelle cune scorgo e ‘l tasso e ‘l cervo, e l’orme al suol di passi assai fugaci, e un brivido mi passa in sull’ischiena, e l’aër freddo e odiato al cor mi svena. Ma dolce m’è e allo sguardo ‘l lampo svelto, e mi pare una foce a un mar di Notte, tanto e velocemente a’ ciel divelto e fatto di possanze e arcane e indotte, e quando ‘l suo sepolcro ansante ha scelto, iscoppia a terra e muore e vanno a frotte l’impronte sue nel vespro, e allor svanisce e la tenebra irata e rea ‘l supplisce; e intorno va e sen gìa ‘l tòn fragoroso, e al cor mi bussa insano, e mi spaventa, e ne balzo e mi lagno e ‘l tempestoso istante infuria e crudo e in possa lenta, e ‘l spirto mi si giace doloroso e alle grandini fredde or si tormenta, e ne viene ‘l tifone e ‘l maëstrale, e l’occhio mio alle piogge più non vale, e affisso ‘l guardo all’alto, e a’ nembi impuri timidamente io scruto un po’ di Luna, e questa è tinta e in parte d’empi e duri tenebrosi elementi e di sfortuna, e rosseggia febbrile in sugli oscuri capei sconvolti e van di Notte bruna, e par che piovan pure i suoi crateri, spettrali fosse e vil di cimiteri, e veggo che si splende e n’è sottile e un fulgore vicin sedur la vuole, e ferma sta e fatal al campanile che annunziando le dieci in cor si duole, e bionda qual la paglia d’un fienile da un lampo n’è ghermita a mille gole, e anche ‘l fascino dolce e pio e lunare or m’è dolore e strazio e van sognare! Allor ne svengo e ansioso a questi fulmini, e ‘l murmure del vento è un rivo inquieto, e svenuto mi volgo a’ ghiacci e a’ turbini e debolmente scruto al loro greto, e sublimi mi son gli irati culmini a tanto Caös lassi, e l’uliveto, e queste selve terse, e queste piante, e questi tòni, pianti d’un infante, e in crescendo e genial qual l’orchestra impazza l’Elemento, e irrora un’eco di Morte e patimenti, e alla finestra si percuoton le posse e ‘l piover bieco, e ‘l cero s’assottiglia e alla mia destra la Tenebra n’impera, un ghigno cieco. Così e in timor ne vo’, e dormirò e quando la Tempesta morrà, starò beändo. Ma sento le selvagge spire e le gonne di quest’aure impazzite in sulla pelle, e immoto giacio e affranto e mesto e insonne e la paüra in petto or non si svelle, e queste Furie, Erinni... e bieche Donne mi sono duoli e strazi, e son rubelle e scrutato mi sento in fin da un Spettro che infernale ne porta in man lo scettro, e le piogge che vanno in sopra i tetti m’emanano un fragor di cupa pietra, e bussano a’ veroni e fan dispetti e alle tegole l’acqua ancor penètra, e sento empìrsi tanto de’ suoi getti l’immensità dell’eco, e in fino l’etra, e in cupo istante lagno, e impallidisco e di tremar non più nel cor finisco. Allor crudel ne intendo ‘l cielo meco, e m’inchino supino e n’ho dolore, e a questo vento odiato e al gelo impreco e al bosco e inquieto e aprìco che sen muore, e l’ansia ognor m’avvolge e un sogno reco all’alma lassa, un verbo: Amore... Amore. Oh Tempesta! Oh Fulgore! Oh mio Martiro!... Bei sogni!... Un sepolcrale... un sol sospiro!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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