Cielo di settembre
Giorgia Spurio
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Come saracinesche, coprono, smantellano,
pezzi di braccia e nuvole,
ultimo – come un wi- fi, filo di un telegrafo
invisibile, rotto come l’osso
il respiro –
guardo l’ultimo verde delle foglie.
Cielo di settembre,
padre – che bacia le figlie -
abbraccia genitori che volano come fumo
tra i tetti,
baffi e gatti.
- Sogni,
di un uomo che ripercorre i corridoi
“Loro sono ancora qui...” –
Deliri postati,
silenzi taggati,
non dire,
non dare...
Skype accesi in perenni assenti.
È perché sogno i tuoi capelli...
È perché li tieni legati,
è perché li nascondi,
come schermi neri, tv di trip spenti.
È perché non so la tua voce
quando fotografi fiumi
- cos’è la goccia quando cade,
quando non urla, ripudiata dalla pioggia –
è perché non capisco, è perché...
- quanti perché -.
È perché non so, perché ti leghi
- lontano da me-
È perché non so, perché ridi
- sorridi di me –
È perché non so, perché cammini
- corri via da me - .
Garage di ferri stridenti,
automatici, morti, di chiavi perse,
di chiavi doppiate, cambiate,
case che cadono a pezzi,
chiavi pendenti, come campanelli,
ai polsi, al petto,
come d’oro madonnine benedette,
e sgraziate preghiere che non terminano l’amen,
che non segnano la fine,
come la breccia, l’asfalto, e la pietra,
dove le vernici bianche
si confondono alle strade,
è perché non so, ma temono l’Amen,
fine di una preghiera
che non si può ripetere...
Vespro tra incenso e ansia, ed arriva la sera.
È come un tram... e non si conosce
delle fermate l’ultima,
si scende, a metà,
dove i binari si snodano
all’incrocio del buio e dei lampioni.
E poi...
Si spengono pian piano,
lampione dopo lampione,
e saltelli passo dopo passo,
contando, ostacolo, sasso, gradino,
travertino, sampietrino, - pozzanghera -
e ridi – d’isteria –
fino all’ultimo...
l’ultima lampada,
luce che accarezza binari e archi,
caffè, tristi baristi,
ai banconi di prostitute senza amanti.
È perché non so, perché ti leghi
- lontano da me-
Cielo di settembre,
acquerellato scheletro di un mese,
segreto innamorato
di un’estate che ha rabbrividito dietro le sue lacrime,
di un’estate che ha nascosto dietro le sue vertebre
stelle e soli,
e l’hai guardata,
e l’hai spiata,
estate infreddolita,
sola, tra le ischemie degli inverni.
È perché non so, perché ti fermi
- così lontano... da lei,
così lontano... da me - .
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