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Impressioni 1 dicembre 2014 · lettura 6 min · 1418 letture

Immagini e Sensazioni di una Natura che riposa nell'Autunno

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Se al finestrel e al far di questa sera e alle pallide nubi ‘l guardo i’ volgo, tra’i nugoli ‘l tramonto in tetra cera terribilmente veggo, ond’io men dolgo, e l’Ecate fatal pe’ una riviera de’i torrenti s’irrora, e al ciglio i’ accolgo l’orba pietra tombal del ciel che annotta ‘ve de’i sogni irrequieti ‘l cor n’ha rotta. Allor nel mar furioso or delle brume che di neve frammisto a’ stenti mòve e che si fulgoreggia in scialbe piume in sopra i tetti, e i muri e l’ansie alcòve, qual pallida candela ‘l fero lume della Luna vegg’io, e che immerge altrove del suo core medesmo ‘l bianco aspetto nel nugolo ch’annera al suo cospetto, e forse ch’è la Notte o ch’è funereo quest’orizzonte ombroso ch’è in tra’i venti, omai nel senso insonne e al gelo etereo nell’alma mia sen van de’ Sentimenti che di paüra sono, e un fior cinereo di brine si discende, e i ghiacci lenti di nevi ancor presagi stanno e ‘l vello ondoso ne ricopron d’un ruscello; e i’ che le selve ammiro in tai foschie e che i campi contemplo in falbe vesti, e i sentieri ghiacciati e l’orbe vie, e i gelidi covòn dell’erbe agresti, d’in quest’autunno novo or Poësie soävemente attingo, e i cieli mesti or crudeli mi sono e arcane Furie or d’in sulle cittadi e in sulle curie. Così quasi spasmando n’odo i mori dell’aspra Notte i fiocchi, e va la pioggia d’in su’i nugoli carchi, e i suoi fragori com’eco se ne vanno - e in sulla roggia, e in sopra a’ boschi attigui, e a’ debil fiori - e l’acqua fredda e ombrosa omai s’appoggia in su’ tegole in alto ‘ve si gronda, in urli di gargolle; et iraconda co’ un tintinnio di spettri a terra cade, e qui fatt’è dell’onde, e lì di neve, e i suoi granel funerei d’albe biade alle pozze si cadon ‘ve sta lieve un acquitrin solingo, e pelle rade ‘la i monti e i rivi asperge e un’orba pieve, e ‘l ciel ognor si spreme l’aspersorio che all’autùn benedice e al ghiaccio ustorio; e i’ qui di gelo n’ho la sensazione, e un brivido all’ischiena mi percòte, e al labbro si raggela la canzone, e mie tuttor si ghiaccian l’albe gote, e le brine mi son e dolci e bone in su’i muschi gementi e antiche e immote, e di novembre pascon or quest’occhi in timor e piacer de’i scialbi fiocchi. Alfin nell’aër denso ‘l campanile i’ n’odo che ne sona l’ore in ghiaccio, e ‘l bronzo si lamenta e parmi vile quest’acciaro che strilla, e quivi taccio, e pur in uggia ansiosa or mai l’aprile in membranza ne veggo, e in requie giaccio, e sibben mi produca un po’ d’ischerno in ansie folli attendo che sia ‘l verno; e forse ché la neve è fresca e molle, o forse ché rimembra ‘l russo oriente, e forse ché la steppa è un fiore folle or dicembre a me lice, e l’aspre e spente - or l’albe mattutine - in sopra a’ un colle mi giovan tanto e sempre all’ansia mente, e in men d’un mese ancor dell’Immortale dolcemente ne sarà ‘l giorno natale. Ma quest’è Notte torva e ‘l ciel è negro, e gli spettri nebbiosi a’ cimiteri spasimando sen vanno e un canto allegro di risorgenti speni e in su’i sentieri di ciaschedun lamenta ‘l labbro d’egro, e questi son lamenti e infami e fieri, e più funeree in vespro son le cime del monticel lontan e reo e sublime, e guerreschi fantasmi or sono gli orni, e i salci ignudi e i pioppi e i tigli e i rovi, e che spogli crudel piucché ne’ giorni sono, e le querce ansiose e - pria che giovi - al lasso core ‘l grido d’empi corni de’i cacciator nel sonno; e in stalle i bovi si riposano or cheti in sulla paglia mentre in sonno un somaro or spesso raglia. Or scheletri ne sono gli arboscelli, e che afferrano mani ‘l vento irsuto, e le foglie si piovon su’i ruscelli del carpino che ghiaccia ormai perduto, e notturni e rapaci i feri augelli pizzicano del rostro ‘l cupo liuto, e pell’aura funesta e maledetta tra queste brume canta la civetta, e ‘l muschio in sonno attende l’alba brina, e i cardi e le betulle e ‘l ceppo e ‘l bosco qui dormono in eterno - e pur mattina addormentati ‘l vegge e in ciel men fosco - e ‘l verno sempre più e omai s’avvicina co’ ghiacci suoi frementi al par d’un tosco e la sera - al terror che giace ligia - nelle tenebre nivee or splende grigia; e i’ che questo contemplo e alla finestra e al vetro che notturno in pioggia piagne e all’aër che sospira alla mia destra in sulle torve e cupe e ree campagne, or siccòme ghiacciata la ginestra - le rose assiderate - in vane lagne a tanti spasmi sono or qui smarrito. La Natura è un mister dell’Infinito!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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Commenti (1)

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Alorian1 dicembre 2014

Magistrale. Ottave in endecasillabi piani in schema ABABABCC. Degno della più profonda ammirazione. Versi che ammaliano, sinuosi e allo stesso tempo leggeri, parole magiche di un tempo apparentemente passato come "veggo, fero, sibben, guardo, piagne". Uso perfetto di elisioni e aferesi. Poesia di alto valore tecnico e riflessivo. Suggestiva, suggerisce veramente le "immagini" e "sensazioni" indicate nel titolo. Un plauso alla maestria nel destreggiarsi tra le rime, tra le cesure, tra i periodi e tra le sillabe. Un talento che deve continuar a esplodere meraviglie di questo genere.