743 lettori online · 355.910 poesie · 7.563 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Poesie Impressioni
Impressioni 7 gennaio 2015 · lettura 12 min · 1301 letture

Ricordanze invernali all'Orizzonte alpestre

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
+ Segui
All’ombre dell’aurora e all’orbe brume, e all’etere che cupo si lamenta, e alle nenie d’un gallo e veglio e implume, e alla pallida brina a un fior di menta, e a’ boschi e a’ cardi ‘ve làgnasi un fiume e a questi scialbi ciel che ‘l Sole attenta febbrilmente ne volgo ‘l guardo avvinto e a un nembo che si sta d’argento tinto, e spaziändo ‘l vento all’orizzonte co’ un nostalgico cor sempre discerno gelide e in neve le vette d’un monte che sublime si splende in ghiaccio eterno, e intorno ne contemplo or nubi appronte a versar altre nevi, e quasi a ischerno della bufera intendo un’egra lagna che un rimembrar m’ispira di montagna. Così al ciel che mellifluo e queto albeggia, e a’ valichi lontani e al giovin giorno, or mentre l’astro in tra’i nembi rosseggia e in tra’i spogli arboscel d’un trèmul orno, d’un trapassato dì or in su’ Craveggia nella mente ‘l recordo in gaudio adorno pallidamente e in core mi sovviene come un brivido insan che m’è alle vene, e per questo ammirando ‘l ciel lontano, e sospirando alle candide cime, e al fragile sentier torvo e montano e all’incognite rocce e vaghe e all’ime valli, e all’albe foreste e a un clivo arcano, e singhiozzando alla pietra sublime su cui d’estate e al suol del Nibelungo timidamente cresce ‘l muschio e ‘l fungo, e lagrime spremendo all’occhio - e tanto - più dell’acque del rivo all’Alpe cara, e all’elvetico calle e molle e affranto che ‘l Sol serenamente ne rischiara, a rimembrar m’accingo in questo canto la beltà della roccia e ignuda e avara, poiché meco quest’Alpi n’ebber pièta che alfin sacro ne sono ‘l lor Poëta. Allor nell’alba fresca e come in sogno or nostalgicamente e in rimembranza mi si presentan liete di Vocogno le vette che ammirai d’in su’ una stanza, e ‘l monte che silente: «Mi vergogno!» timidamente disse a’ mia romanza, e in sospir ne rimembro in su’ una via l’alte pievi montane e un’osteria, e le felci rupestri, e i prati scialbi, e delle nevi or l’argento e soäve, e i gelidi sentier e pe’i prunalbi del verno che soffiâr quest’aure ignave, e pelle stalle i fieni e tersi e falbi, e le fauci perenni or d’empie cave, e quel che più non veggo e non affronto tra le cime e le balze, alpin tramonto, e pe’i boschi e i dirupi e in spoglia pelle le roveri e i cipressi e i bagolàri, e le querce montane e oscure e snelle e de’i pioppi dormienti i reliquari, e a valle ‘l cardo in fior, le roverelle e a’ ciottoli e a’ sentier i bei viäri, e le lagrime ignude in chiome a’ salci e ‘l superstite campo all’empie falci, e i spasmodici spettri a’ cimiteri, e le betulle d’immobili foglie, e l’aquile tra’i nembi e gli sparvieri che la vittima al vespro omai n’accoglie, e i vestiboli smorti e i monasteri, e gli ostel antichi che giacciònsi in doglie, e gelide a soffiar in tra’ le pietre tempestose e funeste e cupe l’etre. Ma ancor che queste selve e questo vento e al mattutin mirar degli albi monti su cui scendon le nevi in torneamento in formidi e furiosi e biechi affronti, un recordo si volge in Sentimento agli innevati marmi e a’ nivei ponti ‘ve ghiacciati mirai i gentil ruscelli e di quest’acque i vetri e frali e belli, e alle gemme dell’ansia e terrea strada, e de’i ghiacci al terribile adamante, e all’argentata e innevata contrada che tuttora mi pingo a me davante, e all’arida e montana e fredda rada ‘ve un ceppo si lamenta tremolante, e d’òpale de’i pini or n’ho membranza, dell’ebano d’un lupo or che s’avanza, e mestamente scorgo la montagna che rorida m’ispira una canzone, e ‘l putrido rubìn d’una castagna, e l’esule sentiero del Sempione, e un queto rivo che un calle ne bagna e che ferocemente al ghiaccio oppone la furia di quest’acque e terse e ombrose che cadon dalle vette in ciel montuose, e irrequieto rimembro un casolare che rustico e di pietre n’era fatto, e l’ara etesia e santa e tutelare d’un borgo abbandonato eppur intatto, e dell’egra bufera all’incalzare la possa arcana or che s’ebbe d’un tratto, e in cima a un monte e in negro e tetro vello le torri d’un consunto e spento ostello. Allor a queste pietre or nuovamente un incubo ne schiudo al cor che ‘l serra e che sempre m’inebria questa mente al membrar d’un’antica e insana guerra che un dì e in sul ghiaccio e pallido e insolente a insanguinar si mosse or questa terra, e per questa rupestre e rea riviera in sogno ne discerno infame schiera, allorquando alle selve e all’ore tarde e a’ tremuli bastioni i cavalieri avvolti in bruni velli e in triste barde e all’indoli guerresche i gran cimieri, n’andavan cogli acciari e l’alabarde di quest’ostel a strugger i messeri, e in mezzo a’ ferrei e a’ nivei e argentei fiocchi pe’i sentier trascinâr i rei trabocchi, e al vèspero al cantar d’un vano grillo e al piè della fortezza e al foco infame allorquando s’alzò un fatal vessillo che i prodi n’involò al cieco certame, e pe’i monti innevati andava un squillo che pur intimoriva un pio fogliame, e all’orizzonte in Notte urlava l’eco, e ‘l braccio del messer pugnava bieco; e la pugna s’ergeva in grida e in foco, e di giovin baroni or fu un massacro e i duci ridacchiavan quale in giuoco all’evocar de’i Ciel del Nume sacro, e poiché si versò di sangue or poco la strage proseguiva e tosto e all’acro merlo del ner ostello a istranie schiere i dardi ne scagliava un balestriere, e così e in fin di Notte e in su’i sentieri tra ‘l cozzar delle spade e degli usberghi cadevano pugnando i gran guerrieri a’ rival rivolgendo incauti gerghi, e all’alba dell’ostello i falconieri col sire trapassâr ne’ vani alberghi che tra le fiamme e la magiòn violata bruciavano funerei e in Morte irata, e al sorgere del Sole e a’ boschi oscuri i vincitor sen stavan co’i trofei, e una pira s’ergeva a’ volti impuri de’i cadaveri in sangue e altèri, e pei sentier degli ansi calli e a piè securi un cavalier pregava in gloria Dei, e del borgo sen stava un sol cancello al canto del funereo e cupo augello. Ma d’un sìmil sognar non m’accontento, nemmanco rimembrando ‘l loco alpino ‘ve passando i’ sentìa eterno ‘l tormento d’uno spettro guerresco e serotino, e ignaro i’ calpestava ‘l paramento d’un balestrier sepolto a’ piè d’un pino e l’altre e fosche e terribili fosse tra gli sterpi feroci e terree l’osse, e quivi ne sognai gli uman sciacalli che degli estinti vollêr l’arme e opìmi, e tra le nevi or di scialbi cristalli gli elmi e gli affranti usberghi e torvi e infìmi e che al terzo cantar de’i freddi galli svanîr tra gli orizzonti in ciel sublimi; e intanto i monti scorgo e veggo ancora, e un villaggio dell’Alpe or m’innamora. Così ne ricontemplo i clivi e l’erte, e i vegli cacciatori or passeggeri, e ‘l corno che le cerve a’ caccia avverte, e i spogli e freschi pruni e i mirti e i peri, e le valli d’intorno e in sotto aperte e i grigi nembi e in neve lusinghieri, e ‘l camoscio che ‘l ghiaccio alfin incontra e al ruscello d’un piano l’ansia lontra, e l’alci d’oro che al muro impagliate un giorno n’ammirai e pella locanda, e all’Alpi le cascate un dì ghiacciate e da un timido fonte l’acqua blanda, e l’agili e festose passeggiate pel mercurio del ghiaccio e pella landa, e ‘l sapor vespertino e a fiamma spenta del cervo e della morbida polenta; e ancora ne rimembro: all’ora nona un crepuscolo torvo allor veniva, e fiocamente in ciel l’alba Latòna d’iri spettrali le nubi assaliva, e del Sole la luce or n’era prona e qui velocemente affievoliva, e quest’orba e melliflua e casta Luna di spirti ne tergea la Notte bruna, e alle tenebre un monte pur lontano de’i valichi l’impronta n’era mesta, e l’ombra assomigliava a un reo Titano, e la vetta sen stava or più funesta, e ‘l guardo si brillava e fioco e arcano siccòme un lampo al furor di Tempesta, e a mirarlo i’ passava ‘l vespro insonne a sognar le Valchirie, etesie donne. Tuttor, del resto, e al recordo impetuoso queste cime mi parlan d’alte saghe, quando ‘l canto funereo e doloroso d’un bardo si balzava a queste vaghe rocce, e cantava ‘l certame mostruoso, e i scaldi le foreste delle maghe, e sol i Numi varcavan i monti di sangue abbeverando l’egre fonti, e quando alle montagne ‘l salce cupo le ghirlande intrecciava all’ossa e a’ prodi, e coll’eco tremenda in su’un dirupo le funebri volâr, funeste l’odi, e pelle selve giacevasi ‘l lupo di vittime ‘l signore e d’orbe frodi, e quando in tra’ le nubi l’empie Norne sibilavan di Morte e strazi adorne, e allorquando lo spettro all’erte antiche perfino strangolava e l’uomo e ‘l germe, e come un mietitore all’ansie spiche la Vita prosciugava al folle e inerme prode guerrier che alle schiere inemiche spirando si mutava in stolto verme, e brindavan contenti i gran sovrani degli invitti e seren, crudel Germani; e come allor sognai, ne sogno ancora le germaniche nenie al fior del vischio, e al labbro che del sangue n’assapora del vento eterno or l’orribile fischio, e in affràlite brume e in Notte mora e d’una pugna insana al truce rischio tinte di cruore e d’oro e poscia d’ambre ne veggo l’egre lame un dì sicambre. Ma ancora ne recordo or d’altre nevi, e ‘l sentier del gentil pattinatore, e le discese valli, e l’albe pievi, e ‘l vento al festeggiar conciliatore, e i ghiacci in tra’i torrenti e ombrosi e grevi, e un appassito e ghiacciato e bel fiore, e alle selve e dappresso i maëstrali la selvatica caccia a’ vil cinghiali, e i falchi sibilanti e i negri tordi, e ‘l cinguettante e ferin pettirosso, e gli stornelli al gelo e a’ miei recordi l’orizzonte montano al ciel commosso, e i nembi alpini e freddi e tetri e sordi che temprâr ghiacci e insani e fieri addosso, e tai membranze e in quest’alba ne veggo e a cantarle alle nubi allor mi seggo. Ma or nostalgicamente al ciglio un pianto di proseguir ancor mi proïbisce, sicché qui si tramonta questo canto che al cor mi si lamenta e mi ferisce, e ‘l montano ruscel che ammiro intanto forse contento e pio mi compatisce, e alle cime in memoria e qui cantate sempre ne son, dassenno, ‘l sacro Vate.
♥ 0 💬 0
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

Tutte le opere →

Commenti (0)

Accedi per lasciare un commento.Accedi

Ancora nessun commento. Scrivi il primo!