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Spirituali 14 gennaio 2015 · lettura 14 min · 1264 letture

La Battaglia di Patay, ovvero L'ultima Confessione d'un Cavaliere

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Pe’ campi di maggese, e a’ boschi e a’ pietre e pegl’ansi ruscelli e l’erbe fresche, e all’orizzonte, e all’incognito e all’etre in tenzon seguitavan le guerresche schiere, e all’empio certame e in maglie tetre n’andavano i messeri, e alle donnesche chiome alle furie del vento ostinato di Giovanna volgevan, più che al Fato, e in tra’i cardi e i covòn e i fiori primi d’opposte direzion venìa l’affronto, e i prodi e i paggi, e i destrieri e i sublimi balestrier or n’andâr, e in sul confronto coll’inimico in furie e presso gl’imi cespi pugnâr or in fino al tramonto, e intorno si coprìa la trista terra d’urla e di sangue, di strazio e di guerra; e così si celava in rea boscaglia l’Anglo che a pugna or funereo moveva, e presso le betulle e l’alba paglia de’i rival le masnade omai cingeva, e quest’insana e meschina plebaglia crudelmente le schiere trafiggeva, e al vessillo del rege e folle e avaro qual folgore n’andava ‘l fiero acciaro, e in cielo si lagnava ‘l truce dardo, e un urlo s’irrorava a un spoglio faggio, quivi che un prode scontava l’azzardo della brama del lauro e del coraggio, e un balestrier gagliardo e pur testardo d’umori ne colmava ‘l campo in maggio, e la possa struggea la vil campagna or de’i Plantagenesta e di Bretagna. Fûr lupi al spalto d’un misero ostello, terribili le belve, ora i Normanni, e omai s’insanguinava un pio ruscello, e in fin de’i nembi tersi i scialbi vanni, e l’Anglia ne spargea un immenso avello su cui i suoi figli sedettero in scranni, e ‘l prode un antro n’ebbe in sull’usbergo, ma ‘l vile nel sepolcro ‘l freddo albergo; e all’aër che soffrìa or gli ansiosi squilli delle diane n’andavan cupi e irati, e lungi se ne stavan di vessilli colme le tende de’i duci infuriati, e anco i Franchi or volgendo in truci trilli bramarono cangiar gli avversi Fati, e volsero a mirar la lor Pulzella come un mendìco all’alba in su’ una stella; ed ella allor co’ prodi e in triste posse l’albo destrier spronava, e in man le lame trepidamente andava e si commosse pur nel versar del sangue in sul certame, e al ciel ergendo or l’acciaro le fosse febbrilmente schiudea al perduto ossame, e ‘l brando che immergea ne seguitava a punire ‘l rival che sgomentava. Ma due messer iniqui e in su’i destrieri contra costei n’andâr e i brandi in mano - come fean i valenti cavalieri - ergevano nel nome or del sovrano, ed eran crudi e spietati e sì altèri che opporsi forse sarìa stato vano. Eppure la fanciulla li esaudiva, e anch’ella brando in mano or li assaliva: l’un a destra e a mancina, ed ella in mezzo, e d’ambo i fianchi ‘l colpo or si vibrava, e questi la miravan co’ disprezzo mentr’ella fieramente ‘l disfidava, e ‘l vento a lei e a’ capei or compiva un vezzo come un segno divin che s’agitava, e allorché questa calava ‘l cimiero, già presso e tetro stava un cavaliero sicché ‘la in freddo acciaro ‘l trafiggeva nemmanco col cozzar dell’arme antìche, e sguainato un pugnal, mentr’ei gemeva, schivando ‘l colpo dell’altro, e alle spiche ora ‘l disarcionava e ne immergeva la lama nelle carni, e l’inemiche n’ebber sgomento - e tanto! - l’orbe schiere che si retrocedettero or men fiere. Allor la dama in furia or l’arme ascose, e aizzando i suoi guerrieri, si ritrasse, e a mirar la tenzone a’ fulve rose mestamente si volse, e all’erbe basse, e le preghiere diceva armoniose come se in core si mortificasse, e quivi e in tra’ l’ortiche udì un bisbiglio d’un uomo che moriva in gran periglio, e in sul lontan brandir dell’ansie e oscene spade, e a’ lagne guerresche e all’urla affrante questo singulto or s’alzava e le pene di guerra denunziava - ed eran tante! - e un labbro ‘l sospirava, e nelle vene l’umore si scorrea or più che spasmante; e Giovanna si volse in direzione sua, qual fanciulla al trillar di canzone, e mentre s’infuriava ‘l campo ancora, e ‘l certame gemea di Morte impura, e intanto che cadea in sur d’una viora un giovine guerrier, e l’armatura al pugnal si dolea qual mai finora, e mentre in lagne or n’andò la Natura, e frattanto che ‘l cielo s’oscurava presso ‘l sangue e le piaghe e l’ansia bava, e intanto che fremeva a San Dionigi un cavalier de’i Franchi e a San Martino, e al balenar de’i torvi acciar e grigi, e al disfidar insano del Destino, e mentre ne celavan l’orbe effigi i guerrieri al cimier, or presso un pino ella scorgea un balestrier morituro dell’Anglia ricoperto in manto oscuro. Giacea tra l’erbe folte e in spasmi atroci, e l’occhio si pascea di santa meta, e co’ debili e indarne e vane voci del Cielo supplicava or l’alta pièta, e in duol dassen se ne stava feroci, e insanguinata n’era in fin la seta che all’usbergo s’alzava nobiliare co’ uno stemma lontan d’immenso mare, e al fianco si morìa un bruno destriero, e ‘l core ei si cullava or colla destra ‘ve tra ‘l ferro guerresco e truce e nero piagato stava ‘l motto: «Majestas Vestra», e privo ‘l volto al soffrir del cimiero, a mancina brandìa fatal balestra, e in tremiti n’attese e co’ un singulto gli Inferi ambiti al peccar che fu inulto, e ‘l scarno volto in ansia or stava e in pianto, e in lagrime scorrea l’occhio funereo, e sempiternamente e ansioso e affranto or i nuvoli ambiva e ‘l Ciel etereo, e lento sen venìa sempre d’accanto l’orrido regno d’un verme cinereo, e pel peccar temea or l’aspra condanna sicché la pièta n’ebbe in fin Giovanna; e costei, infatti, e svelta e a lui diresse e abbandonava ‘l gentil palafreno, e allor discesa a’ terra e in ciglia oppresse a confortarlo andava, e a’ Nembi almeno sincero e puro e sacro omai l’eresse che in pregar s’inchinò al piagato seno, e questi le sclamava: «I’ fui Guglielmo; e cotanto peccai di spada e d’elmo!», e a’ stenti s’involava ‘l detto in duolo, e al labbro ne sgorgava ‘l tristo cruore, e in cielo de’i rondon mirava ‘l volo, e all’orecchio n’andò ‘l guerresco ardore, ed ella si prostrava al negro suolo, e santa n’invocava ‘l sommo Amore, sicché co’ membra inchinate e sì prone dolcemente esaudì una Confessione. Così dal volto sciolse ‘l ner cimiero, e ‘l guardo ne mostrava or femminile, e al morente n’apparve omai foriero di requie ‘l Ciel ambito, e pur da vile la pièta del Divin n’udìa, e ‘l mistero d’un eterno e mellifluo e dolce aprile, e la Pulzella or tranquillo ammirava e i suoi peccati oscen ne confessava. Disse di guerre, e di stragi e di doglie, come una Furia, la Francia percosse, volse agli ostelli che strusse e alle soglie, e sire fu d’inganni e di sommosse, disse di Vite falciate qual foglie, e tràttosi in vergogna or si commosse, e sempre ne tremava all’Immortale poiché gli anni passò da criminale, e alla dama negòssi un cavaliero, e le man le prendea, e ne lagrimava, fu sol un crudo e fatal masnadiero che ovunque e in nom del rege assassinava, e al colpo estremo si seppe sì altèro che di paüra insana or ne tremava, e seguitando disse d’altre gesta che la Morte rendevan più funesta: corse a’ villaggi de’i Franchi e chiedeva donne e danari, e bestiame e scudieri, e quivi le capanne or spesso ardeva a’ vivi in fin scagliando gli aspri ceri, e al vespro e in sul tramonto si sedeva dove una fiamma sen stava e a’ sentieri, oppure si pascea d’un bel banchetto tra’i vini e ‘l sangue e l’odi, e ‘l vil diletto, e or che a un braccio fatal giacea lambito, i crimini ei ne pianse e chiese vènia, ma non come ‘l fa un crudel bandito che a gabbare l’Eterno or pur s’ingegna, e la dama ei implorava or più smarrito, ed ella ne sclamò una mesta nenia, e perduta nel Ciel e udendo un tòno ben certa n’era di dargli ‘l perdono. Ma d’un tratto ‘l cavalier si fece cupo, e mesto si gridava in lamentanza, e della Morte attesa in sul dirupo sempre più ne piagnea, e siccòme avanza l’ora temuta, or qual grido d’un lupo spirante ei n’accennava una romanza, e alla dama narrò dell’Inghilterra che abbandonava un dì per far la guerra, e così la Pulzella l’ascoltava, e nel core or lo stava compatendo, e anch’ella - la guerriera! - ‘l lagrimava come Achille in sul piè del rege, e ardendo di candida virtute ‘l consolava esorcizzando a lui l’Inferno orrendo, e come una nutrice ‘l prese al volto e al seno lo posava e in vezzi e molto, e la destra ansimante a’ suoi capei in carezze volgea di caritate, e come un figlio ‘l prese e in grazia, ed ei febbrile ne lodò le chiome aurate, e dolcemente s’erse ai Ciel costei colle ciglia al Signore or consacrate, e più non era ‘l duce che or credete ma in femminil vestito un santo prete. Allor ‘la ne cingea un picciol pugnale, e in modo ‘l prese che fece una Croce, e docile ‘l mostrava al spir fatale di lui che svelto andava al verme atroce, ed ei con questo volse all’Immortale l’arida possa dell’ultima voce, e mentre ‘l mirava, e in fin lassù, mestamente inneggiò a Cristo Gesù, e col guardo smarrito e sempre affisso alla dama or temprò un recordo ameno, e a costei lo diceva e al crocifisso sibben dicendo stesse: «Oh quanto peno!», e sempre e più in sull’orlo dell’abisso alla Patria rivolse ‘l cor sereno, e in rimembranze scorse ‘l caro ostello che poco visse col padre e ‘l fratello. Così ben si giovò del suo paëse, e del grano maturo in sull’Estate, e della sua famiglia - e fu gallese - e pur di Canterbury ‘l sommo Vate, e de’i campi e de’i boschi e di maggese, e delle fitte selve un dì adombrate, e degli stemmi antichi e dell’effigi e dell’acque ridenti in sul Tamigi, e dolce rammentava i gran tornei, e le cacce a’ cinghiali e a’ cervi e a’ tordi, e de’i certami altèri i buon trofei, e del liuto i cortesi e molli accordi, e pur tra questi ‘l guardo di colei che gli fu sposa e cui i sensi fûr sordi, e abbandonato un giorno ‘l queto tetto, e la donna, e le serve e un pargoletto, e quivi che in immenso e reo dolère morituro giacea, in quest’ansio detto tremendo mormorava ‘l dispiacere, e pallido n’andava omai d’aspetto, e fioco n’ansimava le preghiere com’uom che già sen va d’Iddio al cospetto, e ancora rammentò la gioventude ‘ve quasi gli mancò ogni gran virtude, e in pianto rimembrava una riviera, e all’orizzonte etesio i scoti monti, e di Dover la scialba e pia scogliera, e del Galles le ripe, e i boschi e i fonti, e l’Inghilterra in fior di Primavera, e i bei e cavallereschi e gaudi affronti, e sconfinata e gentil la campagna che l’anglo fiume biancheggia e che bagna, e del torneo gioviale l’alte iscuse, e del Nord le perenni e fredde nevi, e l’iscozzesi e sacre cornamuse, e i rustici palagi e l’albe pievi, e ‘l nunzio della guerra che l’illuse, e de’i vascelli i legni e torvi e grevi, e immobili le spume or d’empio mare che non potea tuttora e più ammirare, e a rammentar piagnea della Tempesta, e della tremolante e pia marina, e i peccar ripeteva e l’egre gesta, e la Furia che ‘l mosse ognor meschina, e tetro rimembrò ‘l Plantagenesta dell’Anglia eterna Notte e non mattina; e Giovanna che quivi ‘l compativa dolce e maternamente or l’accudiva. Alfine ‘l sire or disse: «A me l’acciaro sicché quest’alta Croce or n’abbia al petto», e la fanciulla ‘l diede, e al cor e amaro ei sel mise sereno e pien d’affetto, ed ella a terra pose or questo caro che al pugnal or volgea ‘l dolente aspetto, e poscia un guardo solo ei ne spirava col sangue al labbro aperto e colla bava. Allor Giovanna or disse: «Vi perdono» e segnandosi, in pianto or stette e molto, e all’occhio suo n’apparve un fior d’un tòno, e ‘l Paradiso apparve al mesto volto, e all’orecchio n’udì un festoso sono che dir parea a costei: «L’abbiam accolto!», e intanto l’Anglo altèro ne fuggiva, e pietoso ‘l Francese or nol seguiva. Così la santa dama al suo Divino l’impresa ne compìa, e pure in misfatto santificata pose e al gran Delfino un serto che gentil concluse ‘l patto. Ma l’Inferno segnava a lei ‘l Destino nel vendicar se istesso; e allor d’un tratto Satana a’ Franchi or ne diè ‘l tradimento, e a lei una Curia infame un patimento. Ma d’eterno momento Giovanna in Ciel si pasce e al suo Signore d’eterno e puro e vero e santo Amore!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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