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Impressioni 26 gennaio 2015 · lettura 5 min · 1102 letture

Idillio romantico d'un Paesaggio del Nord

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Al vento in Furie e gelido d’un lito nordico e al timido tramonto e al vespertino etere d’inquietudine, e al calle che nudrìa la quercia e ‘l pino, e presso i pioppi e i frassini avvolti in tenebre, or implorando pièta e al son dell’arpa in un corvin mantel coverto stava quei che qui ne cantava, ed era mesto e affralito, di pianto stridulo, e fu un mìser Poëta, in negra ciarpa. Allor a un nembo pallido di stral terribile - perno d’un guardo d’un astro di guerra - qui penando quest’anima sovra gli sterpi dell’orrida terra, e in tristi e folli spasimi - singulti flebili - scorgea - e nel ciel - la Luna e scialba l’etra che l’argento di questa or dischiudeva, e i pensier ne scorreva ei che sempre spasmavasi in lagna orribile nell’ansia Notte bruna sur d’una pietra; e all’orizzonte or cerulo del vespro incognito dove del giorno la brage moriva - di ruscel lapislazzuli gli astri che l’aura notturna assaliva - e alle montagne in cenere, oblio de’i valichi, lo scarno ciglio ei volse, e ‘l cupo vide la lugubre ghirlanda or della sera che docile e in preghiera alle vette lagnàvasi fragile e apatica, ed ei oramai l’accolse co’ vette infide. Così seduto a un rigido sasso d’un apice, ‘ve un monte s’estollea pe’i boschi oscuri, e le cime gridavano tra le bave de’i ghiacci e freddi e impuri, e contemplando in tremiti l’eterne grandini, all’ime valli e a’ piani i campi spogli co’ un guardo e col cantar affisse, e scorse gli aratori e s’accorse che queti sen tornavano a’ covi poveri soffiando or sogni insani, e lieti e cogli istrumenti di fatica, e i bovi languidi, e i putridi covoni e l’erbe scialbe e n’attendevano annottando seren novelle l’albe; ed ei tuttora in brividi e in folle spasimo a lor volgeva ‘l canto e la lagnanza, e giovin contemplava ‘l fero cielo, pinto d’orror, di gelo come un viandante debile dal Fato misero, e detergendo ‘l pianto co’ una romanza, e n’ammirava i nordici torrenti e l’àlighe l’ôr della Luna che stava alle cime, e meditàvane l’ore notturne d’istante sublime, e vêr l’aure scandìnave e i rivi fìnnici spiegando ‘l ner mantello, l’arpa n’alzava, e i carmi alle Valchirie ne gemeva, e lagnando fendeva del meridione elvetico in urla l’etere, e intanto un veglio ostello e in su’ mirava. Era una roccia gotica, or miserabile, dagli astri or rimaneva or pinta e intrisa - di Notte pallida - pietra di guerra da’i prodi conquisa, e quivi torreggiavano pel tetro valico i ponti e ‘l barbacane, e la magione, e i torrioni cadenti e i mur consunti, come fosser defunti, e falbi e tristi i ruderi antichi d’attimi, e l’orba corte e immane in rocce prone, e più cupo estendèvasi al fianco torbido tra’i sassi sepolcrali e i rei recinti e i freddi tumuli in sospiri lunari avvolti e avvinti, e stando in tetri gemiti colmo di spiriti un truce monastero or smorto e spento, e dappresso le vie e gli altri sentieri or de’i baldi Tempieri a’ spenti e cupi nuvoli atroce stàvasi, marmoreo un cimitero, fior del tormento. Allor quest’uomo udìvane i spiri orribili, tra’i sassi ‘l vagolar di truci istorie, e tosto abbrividìvasi pell’antiche e feroci ed empie glorie, e ascoltava le lagrime qui lamentevoli de’i scorsi rapimenti e delle Messe, e n’ammirava i torvi e insani preti - l’avare e bieche seti - e i spettri rei de’i Monaci che s’aggiravano vagando in torneamenti; e più non resse, e tra le scialbe roveri e negri gli àceri, e le betulle oscure e i salci e i pioppi, e sempre spasimàndosi nel sognar de’i crudeli e rei galoppi, or funebre lagnàvasi in sì durevoli affanni e pene in core, e ne spirava, e alla destra sen stava in requie e stretta l’arpa melliflua e diletta, e al vento sibilàvane in mesti pizzichi, e un perenne dolore or s’infuriava; e la Notte regnava: Notte di sangue, di teschi e di Sorte, vampa lunare di guerra e di Morte! E un spettro ne portava nella gelida mano un teschio in spettro, falba clamide insana, e cieco scettro, e un lupo n’ululava pel bosco che dormiva in truce requie, un vespro che sonàva un’alta esequie. Quest’è l’idillio lugubre del Nord terribile ‘ve perfin le montagne eterni sono spasimi, perenni lagne; e pell’ime campagne tra’i Giganti de’i monti fuvvi orrore: niuna spene pe’ nembi, e niun chiarore!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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