1.810 lettori online · 357.969 poesie · 7.571 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Poesie Morte
Morte 7 febbraio 2015 · lettura 6 min · 1002 letture

Idillio romantico d'Encomio funebre a Maria Malibran

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
+ Segui
Tra le brine e le tenebre e i sassi lugubri, e nel mar degli estinti e muti avelli e in tra le affrante roveri ‘ve un fiore si tramonta, e agli arboscelli che l’alba Luna n’agita cogli occhi funebri, e a un Angiolo di rame - la croce ferrea - ‘ve la bruma ne dà l’estrèm sudore, e al vespro di pallore s’addormenta una cerula tomba di spasimi, in cui sen sta l’ossame di donna terrea. Le pietre delle lapidi a’ Notte scendono, e i bronzi delle statue e i lumicini notturni e mesti splendono all’ultime doglianze, e pe’i Destini or serpeggiano tremuli come fantasimi, e freddo e oscuro ‘l vento e in Furia oscena e alle cripte silenti e a’ fiori insani e a’ scheletriche mani febbrilmente si sibila d’un soffio putrido, e ne balza un lamento, la scialba vena, e i muti e negri tumuli eterni tacciono, ciechi di speni e di Vita e di giorno, e truci e biechi gelano, e uno spettro sen va di Morte adorno, or cieco e lamentevole, e lento e rorido nel silenzio perenne delle ghirlande, e alla destra ne tiene e al collo i teschi e mira i cieli freschi, e in sulle cupe nugole ora dispàrvesi; e colei che si svenne in queste lande placidamente dòrmesi nel tetro loculo. Allor da questi spettri omai infestata la queta bara mormora, e giace nel sopor l’illagrimata e cara spoglia e giovine, e muta làgnasi, e nell’Eterno posa - sotto ‘l sudario - col muschio che ne bacia ‘l ciglio d’osso, e ‘l smorto labbro rosso, e del sepolcro ‘l vortice d’angosce grìdasi, al braccio un’ansia rosa, man di rosario. Or quivi ‘l Tempo orribile le fiere e pallide de’i defunti le ragne inquieto ordisce, e a’ tersa e trista polvere la misera che dorme or compatisce, e aspre l’urla si strisciano i vermi increduli, e l’eco infausta piagne, e prega indarno, e qui perpetuamente ‘l vespro regna - insiem a’ Sorte indegna - e l’astro sono i languidi pepli de’i miseri, la Luna l’orbe lagne, e l’osso scarno. Così a codeste maschere d’inesorabile Morte crudele che i corpi divora e a’ quest’ossami taciti che ‘l perenne mutar orrendo infiora, e alle larve terribili, e a’ germi fetidi, e al fatal cimitero, e a’ terra ultrice, in scheletro mutata una fanciulla or s’inebria del Nulla, e un giorno fu la tisica fauce dell’Opera, sepolta al fior d’un cero, la cantatrice; e al fianco un’arpa flebile di melanconiche corde d’argento, del Fato la voce s’addormenta e ne pizzica del rosario l’eterna e falba Croce, e a’ Ciel divini e a’ nugoli, e all’alme candide tepidamente canta quasi gemendo, e ‘l son etesio intende una preghiera di quest’ossame in cera, e sempre s’erge stridula e qui ripètesi ché d’eco omai s’ammanta in suol tremendo. Oh tu, Maria, una docile dama di cantici, forse in sonno or sognando vai i perduti allori e i palchi eroïci, e i melliflui e soävi e dolci liuti, e i delicati cembali, e i flauti fragili, e l’arsa gioventude, e i vani ardori, quando al petto scendean bruni i capei, e quest’iride e i bei occhi di Vita ergèvansi, beltà inconsutile, e casta per virtude, e sanz’Amori, e sogni ancor la Musica, gli alti pentàmetri, e presso le Tragende e alla tua destra di soni e canti formidi melanconica e tenue l’ansia orchestra, e che le note andavano meste e gradevoli, e ‘l viver di Teätro, e l’avvenire che l’etade schiudeva a’ tuoi desiri, e i dolci e pii sospiri, e ‘l core privo d’incubi, e d’altri gemiti, in pria un dì di quest’atro e reo morire, e gemi al suol italico, e al mare e a’ Napoli, e alla Patria e a’ Parigi or piagni mesta - oh tristo cenere! - e nobile ne sogni una Tempesta, e sogni i fior che davano gl’immensi Musici, ore primaverili che un morbo uccise, e ‘l vivere non fu che un spettro vano, un reo Destino arcano, una condanna a’ spasimi, eterno un brivido, e molli attese e vili che ‘l Nume elise. Allor d’obbrobrio or foderi quell’ingannevole Fato che a Londra t’addusse alla Morte, oh turbinosa indole, pel destriero che svelse l’empia Sorte, e ne canti all’ispanica terra e a’ suoi valichi, e ché ‘l cantar mai svelga, in lamentanza dolcemente rimembri i monti baschi, e i calli bergamaschi, e le beltà di Màdride, e l’onde sicule, e la foresta belga - crudel doglianza! - e ora qual oboe esanime ne lagni, e gelida freddo t’infiammi l’arcano del core, e tramontata giovine come le Villi ti strazi d’Amore, e i tuoi pensieri vergini or serri al loculo, oh Vita dissipata, oh Spirto cesio, e morta, e bianca e tetra a’ nembi gemi privata delle spemi, osso in su’un velo funebre, oh pianto in scheletro, e mai tu fosti amata - un sogno etesio - e qui al sepolcro rorido, e al suolo e all’umida pietra non viene una fiamma a donarti, né un’ansia rosa o un glicine or niun de’i Musicisti; e tu che parti a’ pii e divini nuvoli, e a’ Cieli liberi or forse ne disperi, e l’osseo pianto alle tombe ne volgi, e niun t’ascolta, e alla lugubre volta ne doni un fero gemito, fatto in fantasima, e sol d’oscuri ceri vola ‘l tuo canto; e nel funereo manto tra le pene si spegne a te ‘l pio core, e alma in Cielo ti taci, e ‘l sogno muore.
♥ 0 💬 0
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

Tutte le opere →

Commenti (0)

Accedi per lasciare un commento.Accedi

Ancora nessun commento. Scrivi il primo!