Arcangeli
Giorgia Spurio
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Come le corde, la chitarra
tra la pioggia,
e i capelli neri, i grigi segni
della strada e del cemento,
dell’ombra e dell’ammutinamento.
Come le unghie, dita e terra,
fango e ferro, e mostri dal cielo
come arcangeli alati,
e spose e vedove, e bambine e padri.
Come le scarpe, vuote
senza piedi, le gambe
che il vento trascina
come la solitudine glabra,
solitaria e malata, persa
e cieca, la svergognata
dei marciapiedi.
E nudi, e freddi, e viola
e pallidi, al dito ci leghiamo
come gli occhi dei piccoli
ai giganti degli oceani,
dei colli, dei monti
e delle nevi,
oltre i lupi che perseguitano i ricordi,
oltre gli orsi dei rimorsi,
oltre le volpi delle penitenze
e i cervi delle cose non dette.
E bui, e bianchi,
e luci sulla pelle,
ci trasformiamo,
come le foglie che d’autunno
si fanno portar via, si sposano,
si lanciano, si dannano,
si fanno rapire dal ghiaccio,
come Persefone che volle
quel suo ultimo abbraccio,
sedotta da Ade
muto e di corvo mascherato.
E corse, fino a quando il melograno
fu fiorito, fino alla chiusura dei petali,
fino alla melagrana matura,
fino ai sei semi sparsi sul ciglio,
dove recinto separa e frastaglia,
dove mano e sangue
sulla fronte, chiude gli occhi.
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