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Fantasia 6 marzo 2015 · lettura 3 min · 605 letture

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Giovanni Perri 487 poesie pubblicate
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La biancheria di carta la pioggia di carta e nella carta un cielo che scende millimetri di parole a cadere mi vesto con poco guardare con poco vivere costruisco un uomo una casa un giardino tiro a casaccio un figlio e racconto: c'era la guerra delle formiche alla televisione le nuvole disegnavano gatti i continenti si spostavano di un centimetro. Ero in perfetto orario per nascere perfetto il vento che entrava da nord nel lato liquido della parola. Mi domando per quale orologio finiscano due occhi; se c'è una fase che ci contenga se c'è una luna; mi domando cos'è un inizio: se un inizio è qualcosa che esiste se partire è andare davvero incontro a qualcosa. Sento le danze del maggio girare in questa mattina di carta bagnata e mi consolo che sento scrivere in un orecchio dovessi ancora ingoiare la lingua dovessi battere sui tuoi piedi: forse sarei la rosa o la tua mano antica che dice l'orto invisibile. Le luci infilano le persiane i minuti avanzano nella stanza ancora amniotica con un sorriso spalanco i fiori li sento col naso questi pensieri a venire. I primi a salutarmi sono i pesci li vedo seduti su una panchina, loro, che avevano il mare. Dicono ancora filosofie ed io mi siedo nei loro specchi a ridere: c'era l'acciottolato in salita e c'ero io dentro una calda noia dal cielo infinito un millennio di voci all'unisono un amore di voli e scritture l'afrore azzurro spento degli occhi: a perdersi. Piovevano settentrioni. Da altri pianeti piovevano orienti, stagioni, religioni bocche e lingue dai fiumi: orgasmi dell'acqua: lettere dentro lettere. Ero solo ed eravamo in tanti in fondo agli occhi un riparo di croci: voci nelle pozzanghere: serbatoi di poesia. Se scrivo uccello poso un pensiero sul mio balcone. Se mi raccolgo, dico, tutto in me, questo ricordo d'acqua e ci resisto, io che non vivo se vedo piangere una grondaia e salire una voce dal niente, io, che ci volo sento che sto scrivendo: e sto morendo pure, dentro una carta che batte il tempo: che me lo appendo al muro se vuoi e me lo chiudo in un occhio il cuore, questo muscolo della terra che avanza: perché è ancora laggiù che si muore anche se non lo dici; e dici pancia e fegato e fai le mani dure, tu, che sei di stomaco tutto meticoloso e ci raccogli nella terra i tuoi frutti maturi. Anche la notte scende col tratto livido a salutarmi qui sul corso meridionale dietro il cinema felix mentre piove sui gatti e sui cartoni a metà strada tra il mare e la ferrovia.
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Un vecchio testo corretto nella forma e nella punteggiatura.

L'autore
Giovanni Perri

Il lettore deve sapere, leggendomi (leggendo questa non-biografia dalla quale estrapolo che nasco a Napoli e ci vivo col pregio d’arricchirmene fino a smarrirla) che un po' della mia poetica (ammesso che sia tale) risponde al desiderio, non del tutto cosciente, d'allargare il mio ipotetico dolore, la mia svagata gioia

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Commenti (1)

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Elena Poldan6 marzo 2015

Uno stile unico e inconfondibile, che ogni volta regala, in scenari surreali, poesia!... quella vera.